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    <title>Interventi e interviste</title>
    <description>Interventi e interviste</description>
    <link>http://www.quirinale.it</link>
    <language>it-IT</language>
    <pubDate>Sat, 04 Feb 2012 02:19:11 GMT</pubDate>
    <lastBuildDate>Sat, 04 Feb 2012 02:19:11 GMT</lastBuildDate>
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      <title>Intervento del Presidente Napolitano in occasione dell'incontro con i componenti le Giunte e i Consigli del Comune e della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna</title>
      <description>&lt;!-- Generated by XStandard version 2.0.4.0 on 2012-02-01T19:19:39 --&gt;&lt;p&gt;Saluto e ringrazio voi tutti. Innanzitutto il Presidente Errani, la Presidente Draghetti e, in particolare, il Sindaco Merola che oggi ho avuto per la prima volta l'occasione di incontrare (e mi mancava perché credo di aver conosciuto da vicino, nel corso di molti decenni, tutti i Sindaci di Bologna). Mi interessa anche la sua particolare figura, perché è forse il primo sindaco di Bologna che nella sua esperienza di vita incarna la radice meridionale e la formazione bolognese ed emiliana, e credo che per questo potrà dare un contributo maggiore allo svolgimento di una funzione così importante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Vorrei riprendere soltanto due spunti che ricavo dagli interventi degli oratori che mi hanno preceduto. Uno riguarda il tema dei sacrifici, della severità, della difficoltà di amministrare gli Enti locali in una condizione come quella attuale, di gravi ristrettezze per la finanza pubblica. È una condizione, senza dubbio, di straordinaria tensione per raggiungere obbiettivi che consideriamo essenziali per la vita e il futuro del nostro Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Voglio naturalmente sottolineare un obbiettivo che in qualche modo riassume tutti gli altri, ed è anche la spiegazione di tante durezze nello svolgimento della politica finanziaria pubblica, cioè l'obbiettivo dell'abbattimento del debito pubblico che si è accumulato nei decenni nel nostro Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Lo vado ripetendo da vario tempo, da ben prima che nascesse questo governo, e dunque con qualsiasi governo che si sia impegnato o voglia impegnarsi in questo senso, e lo considero un necessario richiamo per i cittadini, per i gruppi sociali di qualsiasi collocazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Noi non possiamo, innanzitutto dal punto di vista morale, lasciare sulle spalle delle generazioni più giovani e di quelle che verranno questa spaventosa eredità. Dobbiamo oggi allentare questo vincolo, perché già viaggiamo oltre i 70 miliardi di euro da versare ogni anno come pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico. Pensate a quanta parte di queste risorse potrebbe essere utilizzata per investimenti pubblici, per investimenti sociali, per lo sviluppo del Paese, ed è invece sequestrata da questo obbligo che ci portiamo dietro e che non possiamo trasferire sul futuro vicino e lontano. Quindi, dobbiamo abbattere un simile debito nell'interesse nostro, per ragioni nostre, e insieme perché non si tollera più, da parte dei nostri partner e dei nostri competitori, che si trascini la terribile eredità di un debito così pesante che è diventato uno dei fattori di esposizione dell'intero contesto economico, sociale e istituzionale europeo a rischi di deflagrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Dobbiamo sapere che, anche nel corso di questi mesi, quello che è diventato oramai un termine di uso comune (chi l'avrebbe mai immaginato...), lo spread - ovvero gli alti e bassi del differenziale tra gli interessi sul debito pubblico italiano e gli interessi sul debito pubblico tedesco, che sono più bassi (addirittura adesso quasi negativi) - già ci mette sulle spalle per il 2012-2013 un'ancora maggiore entità di spesa per coprire il debito pubblico, per onorare i titoli del debito pubblico. A questa realtà si legano tutte le misure restrittive che sono state prese; ed è vero che, per quanti sforzi si facciano, le restrizioni nella spesa pubblica hanno un impatto sulla crescita. Naturalmente, non qualsiasi taglio, qualsiasi spesa, ha lo stesso impatto; vedo che nella bozza di dichiarazione preparata per il Consiglio Europeo (non so se la si sia licenziata negli stessi termini) si dice che bisogna operare per un risanamento della finanza pubblica favorevole alla crescita - e per queste formule, poi, la lingua inglese aiuta molto: «growth friendly consolidation» è una bellissima formula. Ma sappiamo che è molto difficile impedire che riduzioni anche pesanti della spesa pubblica abbiano un impatto negativo sulla crescita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Dobbiamo comunque fare uno sforzo per selezionare molto bene le riduzioni di spesa pubblica. Il governo attuale si è impegnato ad effettuare quella che, sempre con un'espressione inglese corrente, si chiama spending review, cioè una rassegna puntuale di tutti i capitoli della spesa pubblica, di tutte le voci della spesa pubblica, per vedere quali vanno tagliate e quali no: tagliarle tutte alla cieca è una linea sicuramente fuorviante. E sappiamo che alcune non si debbono tagliare. Abbiamo visto che anche in Francia o in Germania, dove pure si sono compiuti interventi di questo genere, si è deciso, per esempio, di non tagliare e perfino di accrescere la spesa per l'istruzione e per la formazione - e noi possiamo aggiungere: e per la cultura. Da noi esse sono state quindi falcidiate un po' ingiustamente e scorrettamente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Detto ciò, però il momento sarà comunque difficile, siamo in un tunnel dal quale dobbiamo uscire compiendo sacrifici. Vorrei dire una parola a questo proposito: riflettiamo bene - io stesso mi riservo di farlo - sull'espressione &amp;quot;coesione sociale&amp;quot;. È un'espressione che ho usato molte volte e ritengo che sia un impegno importante, un aspetto molto importante da considerare in tutte le politiche pubbliche. È un bene prezioso, la coesione sociale. E per coesione sociale si deve intendere ogni sforzo volto ad evitare che diventino dirompenti i più o meno inevitabili conflitti tra interessi diversi e diversamente rappresentati. Coesione sociale significa sicuramente perseguire un criterio di solidarietà, suscitare solidarietà; ma coesione sociale non può significare immobilismo. Credo di dover richiamare molto a questa esigenza: stiamo attenti, ci sono spinte troppo conservatrici presenti oggi nella nostra società. Non si può continuare ad andare avanti come si è andati avanti per decenni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Credo che si possa discutere se sia corretto dire che in Italia, in Europa e in America, si è vissuti al di sopra delle proprie possibilità, e certamente questa è una sentenza che va analizzata bene. È facile rispondere che non tutti i gruppi sociali hanno vissuto al di sopra di quelle che sarebbero state altrimenti - senza, per esempio, il forte intervento della spesa pubblica - le loro possibilità; però, molto deve per tutti cambiare nei comportamenti, nelle posizioni acquisite, nelle aspettative. Dobbiamo fare i conti con un mondo che è radicalmente diverso, non da quello di quarant'anni fa ma anche da quello di venti anni fa. Ed è un mondo nel quale la competizione si è fatta così stringente, così pressante che non ci sono consentiti acquietamenti nel modo di vivere che ci è stato proprio nel passato. Questo vale per tutti. Una cosa è una distribuzione giusta, secondo equità, dei sacrifici, una cosa diversa è pensare che ci sia un qualsiasi gruppo sociale che possa essere esentato da sacrifici, da ripensamenti, da cambiamenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La seconda questione che volevo ricavare, in particolare dall'intervento della Presidente Draghetti, è quella dei nostri assetti istituzionali. Anche qui c'è stato molto conservatorismo, molta continuità. Ci sono questioni accumulatesi nel tempo che adesso affrontiamo con molto ritardo, e più c'è stato ritardo più le questioni si sono aggrovigliate. Parlo dell'architettura istituzionale nostra: rami alti e anche rami meno alti. Siamo ancora alle prese con il problema di una riforma del Parlamento, del cosiddetto bicameralismo perfetto, e non sarà facile venirne fuori nemmeno in questo momento, nonostante gli appelli, nonostante le sollecitazioni.&lt;br /&gt; E abbiamo molto da rivedere per quello che riguarda l'architettura istituzionale anche dal livello regionale in giù, e parlo di entità che si sono create e che si sono sovrapposte e accavallate anche a livello sub-comunale, oltre che sub-regionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; C'è molto ritardo nell'affrontare queste questioni: le dobbiamo decisamente mettere in calendario. Io ritengo che poi, in modo particolare, ci sono due questioni che non possiamo lasciare a mezz'aria. Una è quella delle Provincie: si è andati avanti e indietro, si è annunciato qualcosa, e poi si è presa una decisione parziale; occorre fare un punto e scegliere una strada. Avremmo fatto meglio a sceglierla - adesso è un po' vano dirlo - niente di meno che quarantadue anni fa, quando cioè vennero per la prima volta eletti i Consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario. Probabilmente quello, mentre si creava quella nuova dimensione regionale, era il momento per rivedere altre catene istituzionali create in precedenza. Comunque, questa è una questione che adesso, dopo quello che si è accennato nel primo decreto del governo Monti, bisogna effettivamente mettere bene a fuoco e risolvere con razionalità e avendo una visione d'insieme.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; L'altra questione che non possiamo lasciare a mezz'aria è quella del federalismo fiscale. È una legge sulla quale si è lavorato molto, si è discusso molto; adesso vedo che qualcuno - che forse non è presente in questa sala per una scelta che naturalmente rispetto - ha osservato che io, non so in quale dei miei recenti interventi, non ho parlato di federalismo. Io sono convinto di una cosa, l'ho detta pubblicamente tempo fa, ricevendo consensi, e la dico anche adesso: l'attuazione di misure che vanno nel senso di quello che è stato chiamato federalismo fiscale, non è una opzione: è un dovere di attuazione costituzionale. Abbiamo il Titolo V della Costituzione: o si riforma il già riformato, oppure vi si dà attuazione. E dare attuazione significa andare anche al di là dell'impasse in cui in questo momento si trova il processo. Vediamo dove siamo arrivati, vediamo se il percorso che finora è stato effettuato è valido e regge, e vediamo anche che cosa modificare, che cosa innovare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Vi ringrazio anche per le sollecitazioni che mi avete rivolto. E vediamo, per quello che riguarda l'Emilia tutta e Bologna, che cosa significa fare sacrifici, cambiare comportamenti, rivedere aspettative. Ieri ho fatto una battuta in una occasione particolare, nel momento in cui si annunciava che prende vita il Collegio Andreatta: noi non sappiamo se da questa crisi l'Italia uscirà materialmente impoverita. È possibile. Ma, ho detto un'altra volta: l'essenziale è che esca da questa crisi una Italia più sobria e più giusta. Che cosa significa quel «più sobria»? Che dobbiamo imparare a mettere in massima evidenza gli aspetti qualitativi della vita delle persone, delle famiglie, delle comunità, gli aspetti qualitativi della condizione umana. Su questo si lavora molto. Sapete, ci sono anche degli studiosi, in particolare degli economisti, che lavorano sul tema del concetto di benessere: si può andare a una diversa misurazione del benessere? Io penso di sì, e lo penso proprio guardando a quello che voi avete costruito qui in questa Regione, in questa città. Non è soltanto che siete provincie, città ricche, opulente, altamente produttive. Qui voi avete costruito un tipo di vita molto socievole, gli aspetti della qualità sociale e culturale della vita in Emilia e a Bologna rappresentano un punto di riferimento - insieme ad altri, non siete i soli - su come andare verso un modello di società che sia egualmente gratificante anche se dovessimo passare attraverso un ridimensionamento dei nostri livelli di reddito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Rivolgo a voi tutti un augurio di buon lavoro. E auguriamo a noi tutti che i semi che abbiamo gettato con le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia fruttifichino, nel senso di un clima di unità nazionale, un clima di serio, sereno confronto politico e di costruttivo rilancio del ruolo della politica nel nostro Paese.&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&amp;key=2354</link>
      <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 17:05:52 GMT</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Lezione del Presidente Napolitano "Le difficoltà della politica (in Europa e in Italia)" in occasione del conferimento della Laurea ad honorem </title>
      <description>&lt;!-- Generated by XStandard version 2.0.4.0 on 2012-01-30T13:59:33 --&gt;&lt;p&gt;Non è certo formale l'espressione della mia riconoscenza per il titolo conferitomi attraverso questa solenne e calorosa cerimonia. Potrei parlarne come di una promozione, da praticante a scienziato della politica. Promozione simbolica, s'intende, a scienziato solo onorario, ma altamente gratificante innanzitutto per la sua provenienza : da due Facoltà che sono tra i più giovani virgulti di una maestosa pianta plurisecolare, qual è l'Alma Mater Studiorum di Bologna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nascita della vostra università e successivamente di altre, come quelle di Parigi e di Oxford, segnò, tra i secoli Undecimo e Tredicesimo, quel &amp;quot;tempo delle città&amp;quot;, fu parte di quella &amp;quot;rivoluzione cittadina&amp;quot;, che a giudizio di storici importanti rappresentò &amp;quot;il vero spartiacque&amp;quot; per la genesi della civiltà europea. E' il senso di questa comune origine e tradizione che si respira qui, come alla Sorbonne e ad Oxford, dove sono stato accolto in non casuale coincidenza con le celebrazioni del Centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, e dove ho raccolto significativi omaggi al nostro paese, in un genuino spirito di appartenenza e solidarietà europea. E' stato per me motivo di emozione, come potete comprendere, sentire a Parigi evocare l'Italia come &amp;quot;fonte della cultura latina, cristiana, rinascimentale, moderna&amp;quot; e l'Università di Bologna come &amp;quot;sorella maggiore&amp;quot; della Sorbonne. O sentire a Oxford esprimere ammirazione per l'Italia - la virgiliana terra di Saturno - per la sua cultura e la sua civiltà, da parte di &amp;quot;noi Oxfordiani che ci dedichiamo da otto secoli allo studio delle storie italiche e dei trionfi dei Romani&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nacquero, la vostra e le altre prime Università in Europa, come istituzioni cosmopolitiche e più che mai come tali esse sono chiamate oggi a operare, e a compenetrarsi tra loro, nell'era della globalizzazione in cui siamo ormai immersi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una visione ampia, europea, non provinciale, deve certamente guidare anche la riflessione sulla politica e lo sviluppo della scienza politica. Tengo distinti i due ambiti, non mi avventuro nel secondo, parlo dunque - ancora una volta - da praticante, portatore di una lunga esperienza personale, che è comunque consapevole del contributo e dello stimolo che vengono da quanti osservano scientificamente i comportamenti politici, il funzionamento e l'evoluzione dei sistemi politici. Tale consapevolezza è importante per elevare il livello della pratica politica ; negli ultimi tempi essa si è venuta piuttosto smarrendo, almeno in Italia, nel quadro di una più generale tendenza al distacco della politica dalla cultura, all'indifferenza verso la cultura. E non occorre sottolineare quanto questa tendenza sia esiziale e come ci si dovrebbe impegnare a superarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Sartori ci ha insegnato che la nozione di politica si qualifica in rapporto a strutture e istituzioni qualificabili come politiche e a partire da quando queste si definiscono distinguendosi da altre, economiche, religiose e sociali. L'inoltrarsi nel cammino della politica conduce all'impegno nelle istituzioni : questa è stata anche la mia esperienza, dopo essersi, nella fase iniziale, qualificata come scelta di un orizzonte politico-ideale, adesione e partecipazione attiva a un'organizzazione politica, e dunque militanza di parte nelle sue molteplici forme. Imparai presto che il banco di prova della capacità di un'organizzazione politica di perseguire obbiettivi di efficacia generale sta nel suo calarsi nelle logiche e nelle regole delle istituzioni rappresentative.&lt;br /&gt;E dunque, se vogliamo riflettere sulla crisi della politica dobbiamo ragionare contemporaneamente sullo stato delle istituzioni ; e più specificamente dei sistemi politici. Lo dico riferendomi all'Italia ma non soltanto ad essa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Assistiamo certamente, da qualche tempo, all'appannarsi di determinati moventi dell'impegno politico, inteso come impegno di effettiva e durevole partecipazione. Tra i moventi che si sono affievoliti si può collocare quella che ritengo sia giusto chiamare la forza degli ideali, e la stessa percezione del ruolo insostituibile della politica. Insostituibile in quanto decisivo per la soluzione dei problemi di cambiamento e sviluppo della società, cui si legano i destini individuali e collettivi nel quadro nazionale e internazionale. Ma se tale percezione si è affievolita, insieme con la &amp;quot;forza degli ideali&amp;quot;, è anche per effetto di una perdita di efficacia, persuasività e inclusività del sistema politico. E mi riferisco alle istituzioni rappresentative, ai processi elettorali, ai partiti : una crisi da cui si può uscire solo attraverso riforme in tutti questi campi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'altronde ben al di là dell'Italia la politica è in affanno e i sistemi politici sono in tensione. Guardiamoci attorno, nella vasta e varia Europa unita : vedremo in molti paesi fenomeni di disincanto, di distacco dalla politica, di più dubbiosa partecipazione ai confronti elettorali, e anche di indebolimento e di crisi di equilibri politici, di schemi di alleanza tra partiti affini, di modelli di alternanza e di stabilità che per lunghi periodi erano rimasti costanti apparendo ormai consolidati. Hanno fatto il loro ingresso sulla scena politica ed elettorale soggetti nuovi - nella stessa Germania dopo la riunificazione, e in numerosi paesi dell'Europa centrale e settentrionale ; si sono alterati preesistenti rapporti di forza ; in più casi (finanche nel Regno Unito) schemi politici divenuti quasi consuetudini storiche hanno dovuto cedere il passo a soluzioni realisticamente improntate a maggiore duttilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è da chiedersi quanto, in Europa, le difficoltà, le fibrillazioni della politica e dei sistemi politici, riflettano la sempre più incerta sostenibilità di politiche pubbliche e di relazioni economico-sociali che hanno per lungo tempo garantito livelli elevati di benessere, specie nel quadro della costruzione comunitaria via via allargatasi fino ad abbracciare 15 paesi prima della svolta del 1989. Negli ultimi venti anni il baricentro dello sviluppo mondiale si è radicalmente spostato lontano dall'Europa ; il processo di globalizzazione si è fatto impetuoso, e sempre di più ha visto emergere, grazie a un eccezionale slancio produttivo e competitivo paesi di continenti diversi dal nostro e tra essi degli autentici giganti. Il peso dell'Europa nel suo complesso si è venuto, in termini demografici ed economici, innegabilmente restringendo e tende a restringersi quanto più da parte di noi europei si esiterà a unire le forze, a procedere sulla via dell'integrazione, quanto più singoli Stati membri dell'Unione coltiveranno l'illusione dell'autosufficienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso di questo profondo cambiamento su scala mondiale si è nel 2008 innescata, partendo dagli Stati Uniti, una crisi finanziaria che ha investito anche l'Europa, e che si è, nel 2011, tradotta in una pressione concentrica sull'Eurozona, soprattutto sui debiti sovrani di paesi come l'Italia. Le politiche di bilancio restrittive che è stato quindi, ed è, indispensabile adottare, e insieme il brusco contrarsi delle prospettive di crescita in tutta l'area dell'Eurozona, con ricadute su un'economia mondiale già in difficoltà nel suo complesso, hanno reso più evidenti e stringenti i rischi di insostenibilità degli equilibri economici e sociali consolidatisi in Europa nel passato, alimentando le inquietudini di vasti strati della popolazione, anche se in termini diversi da paese a paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le risposte delle leadership politiche e di governo nazionali si sono fatte più incerte e problematiche ; si è esteso in varie parti d'Europa il fenomeno di reazioni populiste, di aperto rigetto dei vincoli di corresponsabilità e solidarietà europea, di anacronistica difesa di posizioni acquisite e di privilegi corporativi. Non c'è dubbio che tutto questo abbia trovato sbocco nell'affermarsi di nuove formazioni di stampo, appunto, populistico e abbia più in generale eroso antiche basi di fiducia nella politica, nei partiti tradizionali, nelle istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco le spinte e le sfide fino a ieri imprevedibili cui deve far fronte la politica democratica in Europa. Questo è lo sfondo entro il quale va collocata anche la visione delle cose italiane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io credo che si stiano tuttavia delineando alcuni campi d'intervento decisivi al fine di superare le contraddizioni e le crisi di questa fase cruciale : alcuni campi d'intervento che però richiedono e suggeriscono seri sforzi di riqualificazione culturale e programmatica da parte delle forze politiche eredi della dialettica democratica dispiegatasi validamente per un cinquantennio nell'Europa occidentale. E quei campi d'intervento cui mi riferisco possono segnare il nuovo perimetro entro il quale sono chiamati a competere e collaborare nel prossimo futuro partiti volti a caratterizzarsi per chiara e responsabile vocazione di governo. Senza confondersi e nemmeno allearsi tra loro, questi partiti già oggi si cimentano su grandi problemi comuni : come quelli della definizione di nuove regole capaci di arginare e governare l'area tanto dilatatasi, anche in senso speculativo, della finanza e il potere di condizionamento dei relativi, incontrollati mercati globali. O come quelli della promozione di politiche di sviluppo sostenibile - anche socialmente sostenibile - secondo i principi della libertà d'iniziativa, della libertà degli scambi, del rispetto dei diritti umani e della dignità del lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono temi su cui si misureranno le potenzialità e le responsabilità dell'Europa unita. Essi si collocano nella prospettiva degli sforzi attuali di superamento della crisi dell'Eurozona. E sgorgano dal più generale quadro di valori su cui si è fondata la costruzione europea e che resta sancito dai Trattati dell'Unione Europea. Quanto più esso viene negato o stravolto da forze populiste, neonazionaliste e oscurantiste, tanto più va riaffermato e assunto come spartiacque dai partiti che si candidano a governare democraticamente i paesi della nostra Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' nello scenario che ho cercato di tratteggiare che confluiscono oggi le vicende della politica e delle istituzioni in Italia, dopo aver seguito un loro singolare percorso. Nei primi anni '90 dovemmo uscire - sotto la spinta di un forte movimento di opinione, espressosi anche per via referendaria - da una peculiare condizione di &amp;quot;democrazia bloccata&amp;quot;, sfociata in una crisi, per taluni aspetti traumatica, del sistema dei partiti. Se ne uscì con una riforma in senso maggioritario della legge elettorale, e con un profondo rimescolamento e cambiamento negli schieramenti politici. Prese corpo anche nel nostro paese una democrazia dell'alternanza, che ha garantito un non trascurabile periodo di stabilità politico-governativa : pur in assenza di riforme istituzionali di riconosciuta necessità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel che è accaduto in Italia nell'ultimo anno va in parte ricondotto al quadro europeo che ho richiamato in precedenza : il logoramento di un equilibrio politico che - nonostante il sussidio più rigidamente maggioritario della legge elettorale del 2005 - è stato scosso da contraddizioni interne alla alleanza di governo uscita vincente dalle elezioni, e senz'alcun dubbio dalle prove della crisi finanziaria globale e segnatamente di quella dell'Eurozona e dei debiti sovrani, tra i quali il nostro è risultato il più esposto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il logoramento della maggioranza di governo e l'emergenza di un rischio di vero e proprio collasso finanziario pubblico hanno determinato la necessità di ricorrere anche in Italia a soluzioni non rinvenibili entro gli schemi ordinari, evitando un improvvido, precipitoso scioglimento del Parlamento e avviando politiche ormai urgenti di risanamento finanziario e di riforma di non più sostenibili assetti economici e sociali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è stato il senso della soluzione rappresentata dal formarsi del governo Monti, e dal decisivo pronunciarsi di una larghissima parte del Parlamento a suo sostegno col voto di fiducia. E' nell'interesse comune che lo sforzo appena intrapreso, con significative proiezioni in sede europea, continui e si sviluppi in un clima costruttivo. Fuori discussione sono le prerogative del Parlamento e le esigenze di un corretto confronto tra governo e forze sociali. Non intervengo nel merito di alcuna questione politicamente o socialmente controversa : metto però in guardia contro la pericolosità di reazioni, a qualsiasi provvedimento legislativo, che vadano ben al di là di richieste di ascolto e confronto e anche di proteste nel rispetto della legalità, per sfociare nel ribellismo e in forzature e violenze inammissibili. E nello stesso tempo voglio sottolineare come il consolidarsi, nei prossimi mesi, in Parlamento e nei rapporti politici, del clima costruttivo già delineatosi risponda all'interesse delle stesse forze politiche, per il superamento della crisi prodottasi nel loro rapporto con la società e con i cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Importanti a tal fine sono le prove che esse in gran parte hanno dato e stanno dando del loro senso di responsabilità sia cooperando attivamente all'adozione di scelte volte a fronteggiare le emergenze di questa fase critica, sul piano finanziario ed economico, per l'Italia e per l'Europa, sia predisponendosi ad affrontare temi molteplici, più che mai rimessi ai partiti e alle Camere, di riforma delle istituzioni e delle regole parlamentari ed elettorali. Si dovrà verificare in Parlamento anche la possibilità di definire - o di prospettare credibilmente - revisioni di norme della seconda parte della Costituzione, come si riuscì a fare anni fa solo con la riforma del Titolo V in senso più conseguentemente autonomistico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'apporto della politica resta dunque decisivo anche dopo la nascita di un governo senza la partecipazione di personalità rappresentative dei partiti. E' a questi che spetta creare le condizioni per il rilancio di una competizione non lacerante - quando al termine della legislatura gli elettori saranno chiamati alle urne - e per il nuovo avvio di una dialettica di alternanza non più inficiata da una conflittualità paralizzante e non chiusa alle convergenze politiche che le esigenze e l'interesse del paese potranno richiedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saper aprire questa prospettiva appare oggi condizione essenziale perché i partiti e le istituzioni recuperino quella fiducia che si è venuta tanto indebolendo. E altre condizioni per recuperare fiducia e prestigio stanno in quello sforzo di riqualificazione culturale e programmatica che ho già indicato come necessario in Europa per le maggiori formazioni politiche. Esse stanno - in Italia - nell'abbandono da parte del mondo politico di comportamenti e di posizioni acquisite che hanno alimentato polemiche e reazioni di rifiuto devastanti, così come nella restituzione ai cittadini-elettori della voce che ad essi spetta innanzitutto nella scelta dei loro rappresentanti, e infine nella selezione di candidati a ruoli di rappresentanza istituzionale che presentino i necessari titoli di trasparenza morale e competenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ho esitato - riflettendo sulle condizioni e sulle sorti della politica - a evocare, o invocare, il ruolo dei partiti. Perché questo nodo è ineludibile, come possono dirci, con adeguato fondamento storico e teorico, gli scienziati - non onorari - della politica. Introducendo il libro di uno studioso del ruolo dei partiti, Sartori ha scritto, qualche tempo fa : &amp;quot;Sono passati ottant'anni&amp;quot; (da un classico saggio inglese del 1921) &amp;quot;e i partiti sono più che mai sotto attacco ; eppure nessuno riesce a dimostrare in maniera seria e convincente come la democrazia rappresentativa potrebbe funzionare senza le cinghie di trasmissione poste in essere dai partiti e dal sistema dei partiti&amp;quot;. Direi che questo è l'argomento estremo e insuperabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si prenda l'abbaglio di ritenere che la soluzione sia offerta dal miracolo delle nuove tecnologie informatiche, dall'avvento della Rete : questa fornisce soltanto in modo fino a ieri imprevedibile accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all'aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma anche canali da tempo consolidati - come quelli associativi - di educazione e avvicinamento alla politica, pur esercitando su di essa una non trascurabile influenza, non sono apparsi mai sostitutivi dei partiti. Non c'è partecipazione individuale e collettiva efficace alla formazione delle decisioni politiche nelle sedi istituzionali, senza il tramite dei partiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I partiti possono - nelle situazioni concrete, nella cornice degli Stati nazionali o anche delle istituzioni europee - conoscere periodi di involuzione e di decadenza, perdendo tra l'altro il senso del limite. Ma la sola strada che resta aperta è quella del loro auto-rinnovarsi. Questo vorrei dire soprattutto ai giovani. Tra il rifiutare i partiti e il rifiutare la politica, l'estraniarsi con disgusto dalla politica, il passo non è lungo : ed è fatale, perché conduce alla fine della democrazia e quindi della libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dei partiti, come della politica, bisogna avere una visione non demoniaca, ma razionale e realistica. Uno straordinario testimone della cultura e della storia del Novecento, Thomas Mann così scrisse nel 1945, avendo in mente non solo la tragedia tedesca ma forse anche le luci e insieme le ombre della grande democrazia americana da lui osservata per anni da vicino:&lt;br /&gt;&amp;quot;La politica racchiude in sé molta durezza, necessità, amoralità, molte expediency e concessioni alla materia, molti elementi troppo umani e contaminati di volgarità,&amp;quot; (...) &amp;quot;ma non potrà mai spogliarsi del tutto della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare totalmente la parte etica e umanamente rispettabile della sua natura&amp;quot;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della nobiltà della politica sono state d'altronde portatrici personalità significative, e non rare, dell'Italia repubblicana. E mi riesce naturale, qui a Bologna, tornare a ricordarne in particolare una, Nino Andreatta. La cito per l'impulso decisivo che egli diede alla configurazione e allo sviluppo della Facoltà di Scienze Politiche di Bologna ; e anche per un aspetto, che il titolo a me oggi conferito, e la sua puntuale motivazione, mi inducono a mettere in evidenza. L'aspetto, cioè, della sensibilità per la dimensione internazionale dell'impegno politico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andreatta fu, in tutte le fasi della sua battaglia politica e della sua attività parlamentare e di governo, convinto e sapiente assertore delle scelte di fondo che fin dagli anni '50 fecero dell'Italia un protagonista non marginale delle relazioni internazionali : la scelta europeista e la scelta atlantica. E io ancor oggi ritengo che decisivo sia stato l'essere via via riusciti, nei decenni passati, a fare di quelle due scelte fondamentali, dapprima contrastate politicamente e ideologicamente, la base condivisa di ogni possibile evoluzione dei rapporti tra forze politiche accomunate da un antico e costante ancoraggio ai principi della Costituzione repubblicana. Riuscirvi non fu facile, richiese coerenza e tenacia, e ringrazio per il riconoscimento che mi è venuto dal Rettore Dionigi, nella sua generosa laudatio, a proposito del contributo da me dato, come esponente politico e parlamentare, nell'arena delle relazioni internazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma mi si lasci ricordare l'apporto determinante che nello stesso senso dette una personalità del PCI in Parlamento, il sen. Paolo Bufalini, con la stesura della risoluzione votata a larghissima maggioranza in Senato nell'autunno del 1977, con cui per la prima volta anche il maggior partito della sinistra italiana si riconobbe nelle scelte di fondo dell'impegno europeistico e dell'alleanza NATO.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' accaduto che a metà dicembre entrambe quelle personalità, l'una di governo e l'altra di opposizione, Andreatta e Bufalini, siano state unanimemente onorate in due consecutive cerimonie parlamentari. E di Bufalini il professor Dionigi ha in quella occasione illustrato la meno nota, operosa passione per la cultura classica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Essi appartennero entrambi alla schiera di quei politici umanisti, nel senso più ampio e vitale dell'espressione, su cui l'Italia ha potuto contare e di cui avrà bisogno anche nel futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E dove ci si può formare come tali se non nelle Università che si muovono nel solco della vostra, dell'Alma Mater di Bologna? Accogliete dunque il mio augurio sincero per il nuovo Anno accademico che vi vede impegnati in un ulteriore sforzo di rinnovamento e di apertura all'Europa. Un augurio sincero innanzitutto agli studenti. Ringrazio in particolare, per il suo intervento, il loro rappresentante. Caro Davide, mi ha fatto piacere che tu abbia raccolto le mie parole del messaggio di fine anno, quell'incitamento alla fiducia e alla coesione che ho tratto dalla riflessione sui 150 anni dell'Italia unita e dall'esperienza della partecipazione popolare senza precedenti alle celebrazioni di quella ricorrenza. Mi ha anche fatto piacere sentirti citare, come invito a un'attenzione fiduciosa per quel che la realtà può riservarvi, i versi del poeta che mi fu più caro nei miei primi anni giovanili. Grazie. Buon nuovo Anno a voi tutti.&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&amp;key=2352</link>
      <pubDate>Mon, 30 Jan 2012 12:00:10 GMT</pubDate>
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      <title>Intervento del Presidente Napolitano in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria</title>
      <description>&lt;!-- Generated by XStandard version 2.0.4.0 on 2012-01-27T16:15:12 --&gt;&lt;p&gt;Signori rappresentati del Parlamento e del governo,&lt;br /&gt;Autorità,&lt;br /&gt;Ragazze e Ragazzi,&lt;br /&gt;Cari Ettore Scola e Gabriele Lavia,&lt;br /&gt;Signore e Signori,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono lieto di accogliere ancora una volta i rappresentanti delle vittime dell'Olocausto e delle Comunità ebraiche e insieme con loro i rappresentanti dei deportati italiani nei campi nazisti, alcuni dei quali abbiamo poco fa salutato e onorato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Giornata della Memoria che abbiamo celebrato oggi è tra le più intense di questi ultimi anni. Per la forza politica e morale dei contributi del ministro Profumo e del Presidente Gattegna. Per le genuine, appassionate testimonianze degli studenti. Per il quadro ricco come non mai, che qui si è riflesso, delle iniziative indette, in tutto il paese ; per il valore - in particolare - di realizzazioni come quella della mostra del Vittoriano sui ghetti nazisti in Polonia o come quella dell'elenco, reso accessibile online, degli oltre settemila cittadini ebrei vittime della persecuzione nazifascista in Italia durante la Repubblica sociale e l'occupazione tedesca. Insomma, il ricordo della Shoah come tragedia dell'Europa sta toccando livelli sempre più alti di consapevole partecipazione nel nostro Paese. Dobbiamo dire che a ciò ha certamente concorso l'istituzione per legge della Giornata della Memoria, per l'impulso che ha suscitato e propagato, in Italia, nelle istituzioni, nella scuola, nell'informazione, nella coscienza pubblica e in special modo tra le giovani generazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' stato bello ascoltare il racconto che il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il prof. Profumo, ci ha presentato del viaggio compiuto ad Auschwitz con oltre 180 studentesse e studenti. &amp;quot;Nessuno, dopo questo viaggio&amp;quot; - egli ci ha detto - &amp;quot;è più lo stesso&amp;quot;. Vissi anch'io la stessa commozione quando visitai Auschwitz diciotto anni fa insieme con Giovanni Spadolini in rappresentanza del Parlamento italiano. Ed importante è stato il coronamento dell'omaggio ad Auschwitz in questi giorni con la firma del Protocollo tra il Ministero dell'Istruzione e l'Unione delle Comunità ebraiche italiane per fare della nostra scuola ancor più compiutamente &amp;quot;una scuola di memoria&amp;quot;. Questo impegno rappresenta il miglior antidoto a quei rigurgiti di negazionismo e antisemitismo, di intolleranza e di violenza che il ministro ha denunciato come fenomeni, per quanto marginali, da stroncare sul nascere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ringrazio il Presidente Gattegna per i riconoscimenti che mi ha rivolto. Quando ho giurato da Presidente, l'ho fatto sapendo che il mio dovere e il mio sentimento mi conducevano a riflessioni, prese di posizione e sollecitazioni motivate e inequivoche contro l'antisemitismo in ogni suo travestimento, contro il razzismo, contro ogni violazione del principio di pari dignità ed eguaglianza davanti alla legge. Lo dice l'articolo 2 della Costituzione italiana. Lo dice l'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea. Rileggiamolo :&lt;br /&gt;&amp;quot;L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.&amp;quot;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si, l'Europa è questo. Non dimentichiamocene sol perché la nostra attenzione è oggi spasmodicamente concentrata sulla grave crisi finanziaria ed economica in atto da tre anni, sull'emergenza che ha investito l'Eurozona, sulle quotazioni, giorno per giorno, dei titoli del debito pubblico. Dobbiamo fare i conti con queste assillanti realtà, ma non perdiamo di vista il senso e i valori della costruzione europea. Le ragioni del nostro stare insieme sono lì, in quel fondamento di pace e di civiltà su cui l'Europa ha trovato la sua unità ed è chiamata a far leva per il suo futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Cancelliere tedesco Signora Merkel ha parlato ieri - in un'importante intervista - del suo sentimento dell'Europa, &amp;quot;un continente col quale si può contribuire a plasmare il mondo&amp;quot;, nel segno della dignità dell'uomo, di molteplici libertà e dello sviluppo sostenibile. Ella ha parlato, in termini che condivido e apprezzo, della sua visione dell'Europa come &amp;quot;Unione politica&amp;quot;. E con una frase molto forte ha aggiunto : &amp;quot;L'Europa è la nostra fortuna... Se non avessimo l'Europa, forse anche la nostra generazione si farebbe la guerra&amp;quot;. Si, ed ecco perché occorre essere vigilanti e fermi contro ogni ricaduta nel nazionalismo, nella ricerca del nemico, nel rifiuto del diverso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'amico Gattegna ha ricordato come l'unità europea sia nata anche dai percorsi di riesame critico, da parte della Germania e dell'Italia, delle scelte politiche e dei comportamenti tenuti negli anni Trenta e Quaranta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo a rivolgersi ai tedeschi perché apprendessero l'estremo orrore del nazismo fu, con i suoi radiomessaggi dall'America, un grande tedesco costretto all'esilio. Il 14 gennaio del 1945, mentre Hitler teneva ancora nella distruzione e nella menzogna una Germania sull'orlo della disfatta, Thomas Mann rivelò agli ascoltatori tedeschi che gli inviati della neutrale Svizzera, in missione umanitaria, avevano potuto vedere, prima che con la liberazione se ne aprissero i cancelli, i campi di Auschwitz e Birkenau, dove nel giro di un anno tra il '43 e il '44 erano stati uccisi 1.715.000 ebrei. E videro, quegli inviati svizzeri, disse Mann, &amp;quot;quello che nessun uomo sensibile è disposto a credere, se non l'ha visto con i propri occhi&amp;quot;. Lo avrebbe visto con i propri occhi, come ci ha detto pochi minuti fa, Beatrice insieme con gli altri studenti che hanno partecipato al viaggio nella memoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo che quello sterminio e la guerra furono finiti, il percorso autocritico fu intrapreso e portato avanti in Germania. E l'immagine più alta che ne fu trasmessa al mondo, è quella, rimasta in me impressa per sempre, di un grande uomo politico e di governo tedesco, Willy Brandt, che a Varsavia nel 1970 si piegò in ginocchio dinanzi al monumento alle vittime del Ghetto - lui che aveva combattuto contro il nazismo prendendo su di sé la croce del chiedere perdono a nome della Germania.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi italiani chiudemmo i conti con il nazifascismo e con il nostro passato più buio combattendo la guerra di Liberazione e dandoci la Costituzione repubblicana. Ma non abbiamo smesso di cercare e diffondere la verità, guidati anche dalla grande luce della testimonianza e del messaggio di Primo Levi. E su misfatti come quello delle leggi razziali del 1938 e della loro applicazione, abbiamo fatto conoscere la dura verità, negli ultimi anni come non mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Signore e Signori, cari ragazzi e ragazze, il significato più ampio di questa Giornata della Memoria lo ha nobilmente dichiarato qui il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche quando ci ha detto : &amp;quot;Ferme restando le specificità della Shoah, che fu il tentativo di realizzare il genocidio perfetto ... questa deve essere la occasione di una riflessione condivisa che abbracci anche tutte le altre vittime di quella tragedia&amp;quot; : oltre che gli oppositori politici, &amp;quot;gli omosessuali, i disabili fisici e mentali, le popolazioni rom e sinti&amp;quot;. Di qui la lezione che ho sentito ieri risuonare nelle parole di un alto magistrato - il Procuratore Generale della Corte di Cassazione - nella cerimonia per l'inaugurazione dell'Anno Giudiziario. Parole severe per bollare qualsiasi alibi si possa accampare per &amp;quot;legittimare l'oblio&amp;quot; - così egli si è espresso - &amp;quot;di quelli che vengono definiti diritti sottili o diritti degli ultimi&amp;quot;, quegli ultimi, quei deboli già evocati in triste sequenza da Gattegna. Per fortuna, è stata la conclusione del magistrato, si è affermata &amp;quot;la tutela sopranazionale dei diritti umani e delle libertà fondamentali&amp;quot;, la cultura del &amp;quot;diritto in grado di imporsi ai governi delle Nazioni&amp;quot;, e quindi la storica conquista della &amp;quot;creazione di una giurisprudenza comune dei diritti umani&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Coltivare queste conquiste, contro ogni regressione, è il modo più giusto e fecondo di rendere omaggio alla memoria delle vittime della Shoah, al sacrificio, alla resistenza, alla rinascita dei popolo ebraico.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:13:35 GMT</pubDate>
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