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DISCORSO

Intervento del Presidente Mattarella al LXXXII Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri dal titolo “Alimentare la presenza dell’Italia nel Pianeta”


Milano, 26/09/2015

Sono molto grato alla Società Dante Alighieri di avermi invitato a partecipare a questo congresso di Milano, dedicato, in modo significativo, a un tema cruciale e complesso: alimentare la presenza dell'Italia nel pianeta. La vostra presenza qui, così numerosa, le parole del professor Riccardi e l'introduzione del dottor De Bortoli, che abbiamo ascoltato, così suggestive e cariche di futuro, manifestano una rinnovata volontà di impegno e di dedizione.

Nel mondo c'è una forte richiesta di Italia. Lo ha dimostrato anche l'Expo, una scommessa pienamente riuscita, nonostante tante perplessità iniziali. Lo dicono molte statistiche, che pongono lo stile di vita italiano nella parte più alta della classifica dei desideri mondiali. Lo verifico, personalmente, ogni volta che incontro, in Italia o all'estero, le autorità di altri paesi. Ovunque si vada, si apprende che ci sono tanti italiani ai vertici di istituzioni economiche, scientifiche, culturali, artistiche. Sono molto numerosi i campi in cui Italia e italiani sono sinonimi di eccellenza: l'arte, la moda, il cibo, lo sport, il design, la musica, la tecnologia, la scienza, l'ospitalità...

Sono circostanze che inducono a una riflessione. La percezione che si ha dell'Italia all'estero, nonostante gli stereotipi, inevitabili per ogni paese, è, complessivamente, decisamente migliore di quella che avvertiamo noi italiani, forse un po' assuefatti all'idea di vivere immersi nell'arte, nella storia, nel bel paesaggio.

La natura è stata straordinariamente prodiga con l'Italia. Dobbiamo riconoscere che non sempre siamo stati all'altezza. A volte abbiamo trascurato, sciupato, persino talvolta deturpato i doni e i talenti ricevuti. Molto spesso - ecco forse l'autentico limite nazionale - non siamo riusciti a fare sistema, a giocare in squadra, presi, come sovente accade, dalle nostre divisioni, non di rado artificiose. Ma è altrettanto vero che la nostra complessa vicenda storica ci ricorda, anche in tempi di difficoltà e di sofferenza, che il genio italico ha saputo crescere e affermarsi. Ed è motivo, per tutti noi, di orgoglio e di insegnamento.

I tempi che ci aspettano sono carichi di sfide, di prospettive, anche, come sempre, di incognite.

Il vento della globalizzazione soffia con forza crescente. E non saranno muri o barriere a fermarlo. Le nostre mappe mentali, prima ancora di quelle geografiche, sono continuamente scosse, soggette a mutazioni significative, indotte dal carattere sempre più sovranazionale dell'economia, dalla tecnologia, dall'interdipendenza planetaria, dalle immani dimensioni di alcuni fenomeni.

Per assicurare anche ai nostri figli un futuro di pace, di benessere, di felicità non serviranno persone con la testa volta all'indietro, condannati a camminare a ritroso. Un'immagine, posso dirlo in questo luogo, che fa venire in mente la condanna comminata agli indovini descritti da Dante nel XX Canto dell'Inferno. Abbiamo bisogno di filosofi, di intellettuali, di politici, di scienziati con intelligenza degli avvenimenti, idealità e capacità di visione, lungimiranza. Capacità che non va confusa con l'illusoria divinazione, per riferirsi ancora agli indovini del XX Canto.

Avere lungimiranza, progettare il futuro, non significa bruciarsi i ponti alle spalle ovvero rinnegare il nostro passato. Ma, piuttosto, investire la grande tradizione, i valori e la cultura che ci animano, in un mondo che cambia sempre più velocemente. Sarà all'altezza delle sfide nuove chi, insieme a radici solide e profonde, saprà ben interpretarle e saprà concorrere a governarle. E noi possiamo farlo.

Non dobbiamo, per questo, avere paure o remore. Il carattere globale dei fenomeni da affrontare non è, in sé, positivo o negativo: è soltanto diverso e va affrontato con strumenti nuovi. Per l'Italia ci sono, accanto ai rischi, anche grandi opportunità, che potremo cogliere se sapremo esprimere innovazione, invenzione, genialità.

Siamo a Milano, il luogo di Expo. Pensiamo quanto soltanto nel settore dell'agroalimentare, l'Italia ha dato e potrà continuare a dare. Attraendo un numero sempre maggiore di giovani entusiasti. In quel versante, ad esempio, la migliore risposta ai fast-food, che ci hanno proposto cibo uniforme in ogni angolo del pianeta, è stata la creazione di slow food. Il genio, la creatività, la qualità, la bellezza sono la risposta efficace ai pericoli di omologazione e di livellamento che inevitabilmente l'interconnessione mondiale comporta. E sono peculiarità particolarmente presenti nel nostro Paese e che il mondo ci riconosce.

La lingua italiana - la lingua del sì, quella che Dante diceva essere parlata in tutte le città del bel paese, ma senza appartenere a nessuna di esse - può giocare un ruolo di grande importanza nella creazione di quel clima di simpatia verso l'Italia di cui ha appena parlato, con efficacia, Andrea Riccardi. Certamente, non è e non sarà una lingua egemonica nel mondo. Né diventerà, probabilmente, una lingua "commercialmente" appetibile. Ma proprio per questo potrebbe divenire, più di quanto non lo sia già, la lingua del bello, del gusto, dell'arte, della musica. Una lingua particolare e universale, apprezzata e studiata per nutrire lo spirito, per avvicinarsi al nostro straordinario patrimonio artistico e letterario, che trova in Dante Alighieri un protagonista assoluto. Certo, come ha detto il dottor De Bortoli, dobbiamo difenderla anche da noi stessi la nostra lingua rispetto a immotivate sostituzioni con locuzioni di altre lingue o rispetto a destrutturazioni che ne attenuino la grande ricchezza espressiva. E questo è rimesso al mondo della cultura anzitutto, ma anche a tutti gli operatori del settore nel nostro Paese.

Le più recenti teorie di management mettono in rilievo come l'elevazione culturale, il benessere spirituale e intellettuale, il contatto con l'arte e con il bello creano operatori più attenti, partecipi e affidabili. Peraltro, non tutto e -va detto- per fortuna, nel mondo si misura con la categoria dell'utile e del produttivo. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che l'Italiano è diventata la quarta lingua più studiata nel mondo. Un dato percentualmente importante, pur se le cifre assolute degli studenti di italiano nel mondo dimostrano che siamo ancora solo all'inizio di un cammino che può diventare particolarmente fruttuoso e che va sviluppato adeguatamente.

Il confronto con le risorse impiegate da altri Paesi europei per promuovere la propria lingua fa capire quanto sarebbe necessario un impegno finanziario maggiore da parte dello Stato. Ma non è soltanto una questione di fondi. Servono idee, entusiasmo, proposte. Anche qui sarà soprattutto necessario fare sistema tra il settore pubblico, il mondo imprenditoriale dell'export, il comparto del turismo, la scuola e l'università, la televisione e lo sport, gli intellettuali, gli artisti, i giovani che lavorano e studiano
all'estero. C'è un grande sforzo da fare, che può unire pubblico e privato, per diffondere la nostra lingua su Internet e sui social media. Ciascuno nel suo campo, con la volontà di lavorare insieme per promuovere la conoscenza e la diffusione della lingua italiana e per accrescere simpatia e interesse per l'Italia nel mondo e in Europa, che ormai non è più al di fuori del nostro essere nazione.

La Società Dante Alighieri era nata, alla fine dell'Ottocento, con il nobile e lungimirante intento di mantenere vivo l'Italiano tra i nostri connazionali emigrati all'estero. Oggi, in un contesto storico in cui siamo passati da Paese di emigrazione a Paese di transito, e, in parte significativa, di immigrazione, questa missione trova nuove ragioni. Naturalmente la sfida principale è, oggi, nel mondo, quella di essere testimone e portavoce d'Italia per la nostra lingua, delle nostre bellezze e dei nostri prodotti; in Italia il compito è quello di essere, attraverso la conoscenza della lingua, un decisivo veicolo di integrazione tra i cittadini e le numerose e diverse comunità immigrate che si sono insediate nel nostro territorio.

Per queste comunità l'Italiano è diventata la lingua della reciproca comunicazione. Comunicazione significa conoscenza e la conoscenza abbatte i muri della diffidenza e della paura. Previene la formazione di ghetti che sono innanzitutto linguistici e culturali. Credo che dovremmo essere più impegnati nel promuovere e nell'assicurare la conoscenza della nostra lingua agli immigrati che si insediano nel nostro Paese.

Sulla stessa linea, le istituzioni pubbliche devono fare la propria parte, con lucidità e impegno, per assicurare la massima diffusione dell'insegnamento dell'Italiano nei Paesi più vicini, con una particolare attenzione ai Balcani e alla sponda sud del Mediterraneo. Dove la diffusione dell'Italiano può diventare anche - non è eccessiva questa considerazione - strumento di pace, di amicizia e di collaborazione.

Concludo con apprezzamento sincero e davvero molto sentito per l'attività, appassionata e meritoria, della Dante Alighieri, dei suoi dirigenti, dei suoi comitati e delle sue scuole all'estero e in Italia. Sono sicuro che questo Congresso rappresenterà una tappa importante per rendere la vostra missione sempre più efficace e al passo con i tempi.

Siete parte decisiva del sistema Italia e so anche che ne siete del tutto consapevoli e anche orgogliosi. Per questo vi ringrazio. Buon lavoro a tutti!