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DISCORSO

Intervento del Presidente Napolitano alla sessione inaugurale della VII Conferenza degli Ambasciatori italiani nel mondo


Farnesina, 27/07/2010

Signor Ministro,
Signor Segretario generale,
Signori Ambasciatori,

ho accolto ben volentieri l'invito a essere con voi in apertura di questa vostra Settima Conferenza : ben volentieri e con vivo interesse, per l'ampiezza e lo spessore delle problematiche che vi siete proposti di affrontare - sulla base di accurate tracce preparatorie - nei seminari e nelle sessioni, partendo dal discorso ora tenuto dal Ministro Frattini e col contributo di illustri ospiti - saluto con antica amicizia il Presidente Felipe Gonzales, e saluto tutte le Autorità intervenute.

Nell'impostazione della Conferenza si rispecchia in effetti l'alta qualità dell'impegno cui il governo è chiamato in questo campo, l'alta qualità dell'Amministrazione degli Esteri e in definitiva della professione diplomatica, che non è una qualsiasi variante dell'impiego pubblico. Lo dico anche raccogliendo le preoccupazioni espresse nella lettera che nei giorni scorsi è stata indirizzata da molti di voi, e dal Circolo di Studi Diplomatici a me come ad altre autorità istituzionali e di governo : preoccupazioni insorte in rapporto a misure previste con la manovra finanziaria straordinaria e urgente affidata al decreto del 30 maggio scorso, ora in via di conversione in legge alla Camera dei Deputati.

Abbiamo appena ascoltato dal Ministro parole molto nette, da lui già pronunciate in precedenza e tradottesi in proposte migliorative di cui si è fatto carico. Non ho nulla da aggiungere in proposito e non entro nel merito di aspetti concreti su cui non ho competenza per pronunciarmi. Desidero invece raccogliere motivazioni e considerazioni di fondo svolte dall'on. Frattini, e trarne qualche spunto per una riflessione di carattere più generale.

Ho di recente detto e ribadito la mia convinzione che al di là delle diverse posizioni in campo sui temi della politica economica e sociale, è un imperativo cui nessuno può sfuggire quello del contenimento e di una sostanziale riduzione del nostro debito pubblico. E' questo un obbiettivo che si impone non solo, e già nell'immediato, per porre rimedio a una fragilità che può costarci cara nell'attuale condizione dei mercati finanziari, e per contribuire al consolidamento dell'Eurozona, nonché per porre una premessa di stabilità in funzione di nuove politiche di crescita su scala europea.

Non è solo di ciò che si tratta. Quello della riduzione dell'ingente stock di debito pubblico che l'Italia porta sulle spalle da lungo tempo senza riuscire ad attenuarlo, è nostro fondamentale interesse nazionale, nel senso del recuperare cospicue risorse da destinare al finanziamento di scelte essenziali per l'avanzamento economico e civile del paese.

Di qui anche la considerazione che non si può non avere per coloro cui tocca il difficile e ingrato compito di elaborare e prospettare misure capaci di produrre già nel prossimo anno effetti rilevanti, in special modo di riduzione della spesa pubblica. E' peraltro non solo legittima la discussione sulle modalità delle necessarie manovre finanziarie, ma anche opportuno riflettere su esigenze egualmente rispondenti al comune interesse nazionale, su equivoci e rischi da evitare.

Il Ministro ha detto ampiamente dell'importanza decisiva della funzione diplomatica - ieri e oggi, nell'epoca della formazione della nostra identità nazionale e ora nel mondo del XXI secolo, così mutato e in via di profondo mutamento. E' bene riflettere su ciò anche perché l'obbiettivo della riduzione del debito pubblico non si esaurisce in una manovra pur pesante come quella attuale, ma richiederà un impegno di ben più lunga lena, uno sforzo costante e coerente di revisione sia di indirizzi di governo sia di comportamenti collettivi.

E allora ci si deve confrontare su quali priorità occorrerà far emergere nei prossimi anni nella gestione della finanza pubblica in un contesto di complessiva severità, di complessivo rigore, che comporterà inevitabilmente sacrifici diffusi di abitudini e di aspettative radicatesi nel tempo, ma che non può vedere penalizzati in modo indifferenziato tutti i comparti, tutte le voci di spesa dello Stato.

Non dovrebbe essere difficile il convenire sulla necessità di dare la priorità, anche in termini di risorse, a politiche pubbliche di medio e lungo termine davvero cruciali per garantire il futuro del paese ; e sulla necessità di salvaguardare, rinnovare ma non mortificare, funzioni e strutture portanti dello Stato nazionale. Tra queste certamente quella della politica estera e della diplomazia che ne è strumento insostituibile.

A proposito di equivoci e rischi, il Ministro Frattini ha evocato quelli relativi a una visione ingenuamente o ideologicamente consequenziale dell'integrazione europea come sparizione degli Stati nazionali. Per la verità, anche correnti avanzate del federalismo europeo si attestarono in Italia, a cavallo della seconda guerra mondiale, su una linea più duttile - sapiente e duttile - di conferimento a istituzioni comunitarie, e a forme di sovranità condivisa, di quei determinati poteri degli Stati nazionali che avevano costituito la base di fatali degenerazioni nazionalistiche e belliciste ; esse non persero mai il senso della storia e del suo procedere non "per salti", ma per evoluzioni ed esperienze graduali e complesse.

E di fatto nell'Europa a 27 gli Stati nazionali sono restati e restano, conservano loro profonde radici e ragioni, e sono chiamati a contribuire all'ulteriore sviluppo dell'integrazione europea. Una cosa è contrastare - come è giusto che l'Italia faccia, e lo stesso impegno ha voluto ribadire, nel nostro recente incontro in Quirinale, il nuovo Presidente federale tedesco - ogni tendenza alla rinazionalizzazione delle politiche in seno all'Unione ; altra cosa, errata e fuorviante, specie nella nuova realtà mondiale, sarebbe sottovalutare l'esigenza della solidità, dell'efficienza e della coesione interna dei singoli Stati membri dell'Unione.

Altro equivoco e rischio da scongiurare è quello che l'assetto istituzionale di qualsiasi Stato possa privarsi di funzioni e strutture necessariamente unitarie al livello nazionale. Il nostro Stato sta vivendo un'evoluzione in senso federalistico che trae ispirazione dall'articolo 5 della Costituzione repubblicana e muove dall'attuazione del suo nuovo Titolo V ; ma anche in Stati di antica e consolidata tradizione federale, funzioni come quella della politica estera non sono giudicate trasferibili dal centro alle istituzioni regionali e locali perché non frammentabili, e dovunque si intende che eredità ed esperienze come quelle della diplomazia nazionale non possono essere disperse o impoverite se non a costo di un danno irreparabile per il prestigio e il ruolo internazionale del paese. Negli Stati Uniti d'America o in Germania il peso del centro, il peso delle capitali e delle strutture federali non viene cancellato o eroso quando vi si leghino funzioni vitali, come quella da svolgere nelle relazioni internazionali.

Confido che in questi riferimenti e punti fermi possano riconoscersi tutte le forze politiche impegnate, pur se con posizioni distinte, a procedere nel duplice difficile cammino del riordino della finanza pubblica e della riforma, per ben precise e condivise esigenze, degli assetti istituzionali e delle strutture dello Stato. Di queste ultime è parte non trascurabile la riforma dell'Amministrazione degli Esteri ormai avviata. Una riforma esigente, che mira a portare la rete degli strumenti gestiti da questo Ministero, in uno con il potenziale internazionale di altre amministrazioni pubbliche e istituzioni, all'altezza delle nuove sfide - di cui la vostra Conferenza discuterà - della mondializzazione e della governance globale.

Tale riforma poggia su quella professionalità e su quel senso della missione che hanno caratterizzato e caratterizzano la diplomazia italiana, in special modo nell'arena europea in cui sta per giuocarsi - con un forte supplemento, mi auguro, di volontà politica comune -l'ambizioso esercizio della costruzione del Servizio comune per l'azione esterna e in generale dell'attuazione del Trattato di Lisbona. E non è meno impegnativo il disegno - cui tende la riforma - volto a definire ed esprimere un sistema-paese, con quel particolare accento sulla dimensione culturale che mi trova da sempre sensibile e convinto.

Ma si può allora trascurare la specialità dello sforzo richiesto e dello status da riconoscere agli uomini e alle donne della carriera diplomatica? A tutti i cittadini è necessario chiedere sacrifici in proporzione ai loro redditi effettivi, ma non postulando tagli di risorse e appiattimenti su parametri impropri, quasi che si trattasse di penalizzare gruppi di privilegiati e di intoccabili. Il rango di Ambasciatore è titolo di distinzione solo per peculiare competenza e per finezza di qualità umane e culturali : che di queste faccia parte anche l'attitudine all'auto-ironia lo hanno insegnato personaggi come Roberto Ducci, basti ricordare quel suo "addio alla carriera", "a fond farewell to the career" (in cui sostenne che gli ambasciatori sono destinati a divenire inutili ma di qui - concluse in tono rassicurante - a 999 anni).

Lasciatemi dire che in decenni di attività parlamentare e di partecipazione alla vita pubblica, dando in diverse vesti sempre molta attenzione ai problemi della politica internazionale e al ruolo della diplomazia italiana, ho potuto verificare come essa abbia saputo contribuire - oltre che a tanti risultati di sostanza - anche a un processo importantissimo, quello del sempre più ampio convergere delle forze politiche di maggioranza e di opposizione sulle grandi linee della politica estera italiana. Vi ha contribuito perché essa ha sempre operato al servizio dello Stato, senza spirito di parte e con lungimiranza.

Questa convergenza, questo consenso costituisce un asset prezioso per l'azione del nostro paese nel mondo. L'ho sperimentato nei quattro anni finora trascorsi del mio mandato, condividendo col governo e in particolare col ministro degli esteri - nel rigoroso rispetto dei poteri loro attribuiti dalla Costituzione - la rappresentanza internazionale dell'Italia. In questo spirito rivolgo i più vivi auguri di successo alla Conferenza. Nel segno, certo, del 150° anniversario dell'Unità : d'altronde non fu quello "il grande fatto nuovo nell'Europa del secolo XIX", un capolavoro, ad opera di Cavour, di politica e diplomazia europea?

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