Presidenza della Repubblica

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DISCORSO

Colloquio del Presidente Napolitano con il quotidiano "Il Messaggero" pubblicato il 3 settembre 2010


Roma, 03/09/2010

Colloquio del Presidente della Repubblica con il direttore del quotidiano "Il Messaggero", Roberto Napoletano, pubblicato il 3 settembre 2010 con il titolo "Napolitano: l'Italia cresce poco"

«Sa, che le devo dire? Basta leggere i numeri che danno i giornali, e magari guardarsi un po' intorno. L' Italia se tutto va bene cresce dell' 1,1%, sotto la Francia, e non parliamo della Germania...» Giorgio Napolitano è appena rientrato da Mestre, una mattinata dedicata al suo amico e compagno di partito Gianni Pellicani al quale è stata intestata una piazza, e risponde al telefono dai suoi uffici del Quirinale. La voce è pacata, quasi si schermisce, ma si sa che l' economia e i giovani sono la sua preoccupazione. I numeri, d' altro canto, non aiutano. Per la Francia la crescita tendenziale del prodotto interno lordo in termini percentuali è pari all' 1,7. Per la Germania si vola al 3,7, la media dell' area euro si colloca all' 1,9. In questo amaro confronto tra secondo trimestre 2010 e secondo trimestre 2009, lo striminzito + 1,1 dell' Italia viene da lontano (cresciamo meno degli altri dagli anni Novanta) e proprio per questo inquieta di più, suona quasi come un richiamo etico.

Presidente, sono due giorni che insiste: priorità all' economia. «Ero a Mestre, nel Nord Est, e ho detto che è venuto il momento che l' Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, secondo le coordinate dell' integrazione europea» dice il Capo dello Stato, ma è come se dicesse: il minimo, non le pare? Poi, prosegue e si chiede: «L' Europa si riprende davvero? Come la mettiamo con la battuta d' arresto degli Stati Uniti?».

Napolitano parla degli altri, pensa all' Italia, alla sua bassa crescita, alla sua scarsa modernizzazione. Mali di oggi e mali di ieri, ma non per questo meno attuali e dolorosi. Pensa, probabilmente ai giovani meridionali che sono uno su due senza lavoro. «Ho visto che ieri lei sul Messaggero ha citato Totò, ogni limite ha una pazienza. Sono d' accordo, in questo momento a casa nostra non c' è un centro di responsabilità per lo sviluppo e questo non va bene» il Capo dello Stato si ferma qui. Il senso, però, è chiaro: le pare poco? Qualche ora prima, a Mestre, a un cronista che chiede «allora ci vuole il ministro?», la sua risposta è ironica ma eloquente: «Lei crede?». E al cronista che insiste («Lei ha notizie al riguardo?) consegna un' altra battuta: «Va bene, allora passo la voce...». Dietro questo scambio, avvenuto in pubblico, c' è la consapevolezza di un problema reale, non uno tra i tanti. «In questo momento in casa nostra non c' è un centro di responsabilità per lo sviluppo» la voce al telefono è ferma, il messaggio diretto. Poi, il Capo dello Stato ha voglia di parlare di giovani, di quelli che se ne vanno, che sono tanti, e il più delle volte sono quelli con più testa: «Abbiamo fatto il possibile per farli rientrare, qualche volta ci siamo riusciti, proveremo ancora perché non possiamo perdere questa battaglia; però, è vero che spesso, troppo spesso, anche quando rientrano poi non trovano prospettive adeguate di ulteriore affermazione». Le parole amare del presidente ci ricordano che c' è il problema di un sistema Paese che ha bisogno di una politica industriale anche per tornare a fare ricerca in grande, perché impresa e università lavorino insieme, con regole nuove e, ancora prima, con uno spirito nuovo. Vorrà dire qualcosa o no che l' ultimo italiano che ha vinto un nobel per una ricerca fatta in Italia si chiama Giulio Natta, inventò il polipropilene, le vaschette di plastica della Moplen? Ha cambiato il nostro modo di vivere, ma dobbiamo risalire agli anni del dopoguerra, all' unico vero, grande miracolo economico italiano. Chiaro? Perdiamo i cervelli, insomma, e non solo tra i ricercatori. Anche questo fa parte di un Paese che deve ritrovare la forza di guardare in faccia la realtà e di affrontare le sue mille emergenze che sono ormai diventate croniche.

Il presidente ha davanti a sé il quadro dei giovani che sono in Italia e ci restano, ed è il quadro che più lo preoccupa. L' ultimo pensiero di Napolitano è per loro: «Molti sono senza un' occupazione, molti sono impegnati in un' attività formativa, molti stanno terminando pure questa attività e finiranno con l' aggiungersi ai primi. Dobbiamo riuscire a dare risposte anche muovendoci nei limiti stretti che l' impegno ineludibile dei vincoli di bilancio dello Stato ci impone». Il presidente non aggiunge altro. Sa bene che l' Italia ha affrontato con serietà la crisi finanziaria globale e ha saputo tenere sotto controllo i conti pubblici. Ne ha dato atto spesso al governo Berlusconi. Dentro di sé, però, ha un rovello, e riguarda interamente l' economia reale: scuola, ricerca e formazione, industria, reti e servizi, uomini in carne e ossa senza un' occupazione e un sistema Paese che ha bisogno di forti iniezioni di modernizzazione. Perché la vera partita da giocare (e vincere) è quella che scongiuri il rischio del doppio distacco: l' Italia si stacca dagli altri, il Sud si stacca dall' Italia. P.S. Autonomia e federalismo come garanzia della rinnovata unità nazionale. Giorgio Napolitano ha scandito le parole ieri a Mestre e noi lo ringraziamo. Questo giornale ritiene che occorra valutare bene costi e tempi del federalismo fiscale ma ha più volte chiesto almeno una dichiarazione chiara e cogente sull' unità del Paese che si traduca in un vincolo politico per tutti i partiti e possa giovare alla serenità del dibattito. Sull'indivisibilità della nazione non sono ammessi margini di ambiguità.

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