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DISCORSO

Intervento del Presidente Napolitano al Workshop Ambrosetti in videocollegamento con Cernobbio


Palazzo del Quirinale, 04/09/2010

L'agenda per l'Europa si presenta quest'anno più esigente che mai. Agire efficacemente, col massimo di convinzione e di ambizione, è, alle soglie del 2011, questione vitale per il nostro comune futuro. Se nelle mie parole coglierete un elemento di drammatizzazione, vi prego di non considerarlo come ingenerosa sottovalutazione degli sforzi compiuti nel 2010 né come manifestazione di pessimismo e tantomeno come espressione di arte della retorica. Il problema è che a mio avviso non dobbiamo edulcorare la drammaticità delle prove che l'Europa è stata chiamata ad affrontare nell'urto con la crisi globale, né la drammaticità delle incognite e delle sfide che pesano sullo sviluppo e sul ruolo dell'Europa. Più saremo franchi e crudi con noi stessi, più potremo farcela : e io continuo ad avere fiducia, continuo ad essere razionalmente un credente nell'Europa.

E' stato faticoso, lo sappiamo, concordare una linea di condotta dinanzi all'esplodere della crisi greca : ma sia pure con qualche ritardo ci si è riusciti, e ne va dato merito a tutti quanti hanno fatto la loro parte, le istituzioni e i governi dell'Unione, e con particolare coraggio la Banca Centrale Europea, e con lungimiranza il Fondo Monetario Internazionale.

Si è cominciato a lavorare su un'agenda già sufficientemente definita, innanzitutto per rafforzare il sistema - che ha dimostrato gravi falle - dell'Unione Economica e Monetaria : creando concretamente un meccanismo e un Fondo europeo di gestione delle crisi, prevenendo improvvise e acute emergenze attraverso una più efficace sorveglianza di bilancio, un più stretto controllo dell'Eurostat sull'elaborazione dei dati di finanza pubblica dei singoli Stati, la creazione di un'Agenzia di rating europea, l'istituzione di un board per i rischi sistemici e la vigilanza macro prudenziale. Occorre perseverare, procedere decisamente su questa strada.

Nello stesso tempo è essenziale rinnovare - attraverso il lavoro della Task Force Van Rompuy - il Patto di Stabilità e di Crescita, consolidare nell'Unione Europea la stessa "cultura della stabilità", bloccare l'aggravarsi del debito pubblico, del debito sovrano degli Stati ; compiendo nello stesso tempo ogni sforzo per promuovere lo sviluppo dell'economia europea, evitando rischi di deflazione, e insomma contribuendo positivamente al rilancio dell'economia mondiale in una fase ancora incerta e difficile in diverse aree.

A questo proposito, le indicazioni in agenda non mancano. Non un appello generico alle riforme, ma l'impegno - prospettato nel programma 2020 della Commissione e sancito dal Consiglio Europeo di giugno - che vincola ogni governo a presentare entro la fine di quest'anno un preciso "piano nazionale di riforme". O l'iniziativa della Commissione per "una nuova politica industriale" dell'Unione da lanciare nel prossimo ottobre (e a cui dovrebbe prepararsi anche l'Italia). E ancora, rilancio del mercato interno e della competizione, sulla base del rapporto di Mario Monti.

Ma per procedere lungo queste e altre linee, sostenendo la ricerca del modo più giusto per ricreare la crescita in Europa, occorre ispirarsi nuovamente alla filosofia dell'integrazione.

Si è troppo esitato e riluttato - chi può negarlo? - ad andare avanti sulla via dell'integrazione.

Gli squilibri che si sono manifestati - andamenti divergenti non solo delle politiche di bilancio ma delle politiche economiche nazionali - sono la conseguenza del fatto che troppe leadership nazionali hanno resistito nell'ultimo decennio a un effettivo, stringente coordinamento al livello europeo ; hanno resistito ad allargare l'area delle politiche comuni dell'Unione, ad attribuire poteri adeguati alle istituzioni comunitarie, a conferire risorse più consistenti al bilancio dell'Unione.

Ma ormai o si va avanti decisamente in questa direzione o l'Europa rischia una grave perdita di ruolo se non l'irrilevanza. Così come soltanto parlando con una sola voce e portando avanti una politica estera e di sicurezza comune - e il Trattato di Lisbona ce ne offre gli strumenti - l'Europa può contare nella politica internazionale.

In sostanza, è giunto per tutti il momento di riconoscere che nessuno Stato nazionale europeo, nemmeno i più forti, i più ricchi di tradizioni storiche, perfino imperiali, nemmeno i più ricchi ed economicamente avanzati, nessuno potrà con le sue sole forze contare come nel passato, se non contribuendo a costruire un'Europa più unita, integrata, efficiente e dinamica. Capisco che si tratta di una verità sgradevole per alcuni, o che sembra in questo momento contraddire gli sforzi che sta compiendo e i risultati esemplari che sta raggiungendo qualche paese importante, come - inutile dirlo - la Germania. Ma una cosa è mettersi d'impegno, ciascuno Stato membro dell'Unione, per dare il meglio di sé, facendo ordine in casa propria e proiettandosi coraggiosamente nella competizione globale ; una cosa è offrire in questo modo a tutta l'Europa gli esempi più virtuosi ed efficaci e le pratiche migliori ; altra cosa sarebbe pensare di poter risolvere i propri problemi e fare i conti col resto del mondo che cambia allontanandosi dal contesto e dal comune impegno europeo.

Ho molto apprezzato che nel nostro incontro del luglio scorso a Roma, il neo eletto Presidente federale tedesco, Christian Wulff, abbia ribadito l'impegno a contrastare ogni tendenza alla rinazionalizzazione delle politiche in seno all'Unione. Bisognerà essere tutti conseguenti con questo impegno.

Certo, occorre più in generale un nuovo forte supplemento di volontà politica europea. Qualche giorno fa un valoroso analista americano, non ostile all'Europa, ha scritto che l'Unione ha bisogno di una nuova generazione di leader capaci di infondere nuova vita in un progetto "pericolosamente vicino a morire". Io non vedo pericoli di morte imminente, ma vedo difetto di visione e di coraggio. Una nuova generazione di leader - a cui io che vi parlo posso solo trasmettere con passione il testimone - potrà nascere, lo credo e lo spero, nel prossimo futuro : ma non per miracolo, bensì attraverso una vasta mobilitazione nella società civile e nella società politica, un impulso di opinione pubblica informata e competente : che è, in fondo, proprio quello che il Forum Ambrosetti tende a suscitare e validamente sollecita.