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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del XXX anniversario della scomparsa del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat
Ringrazio il Presidente del Senato, il presidente dell'Associazione Socialismo e il direttore di Mondo Operaio, i relatori, quanti partecipano a questa cerimonia.
Un saluto particolare alla figlia Ernestina e ai nipoti del Presidente Saragat. Considero un privilegio la loro presenza insieme a tutti noi, nel momento in cui commemoriamo uno dei Padri della nostra Repubblica.
Ricordiamo, oggi, un uomo che ha fatto della fedeltà alla difesa dei principi di libertà, democrazia, giustizia sociale, la consegna della sua vita.
Giuseppe Saragat, come hanno sottolineato con lucidità i professori Pellicani e Mammarella, fu protagonista indiscusso della battaglia che si svolse, nell'Europa del '900, per conquistare all'idea socialista la piena qualifica di "democratica", puntando alla "universalizzazione delle libertà liberali" e, insieme, fu l'uomo che non si stancò, dalla cattedra del Quirinale, di indicare come, per inverare i principi della Costituzione, occorresse far sì che ai grandi progressi economici realizzati dalla Repubblica facessero seguito "uguali progressi sul piano sociale".
Una visione, la sua, di quella "democrazia superiore" che sapesse "coniugare libertà individuali e interessi collettivi" da lui descritta, sin dal 1936, nel volume "Humanisme marxiste", pubblicato a Marsiglia durante l'esilio.
Non mancarono prove difficili durante il mandato del Presidente Saragat, fra esse l'avvio di una drammatica spirale stragista che prese il via dall'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, a Piazza Fontana, a Milano, nel dicembre 1969.
All'uomo temprato alla scuola dell'antifascismo, dell'esilio, della lotta assieme ai partiti della Concentrazione antifascista di Parigi, al dirigente catturato dai nazisti e rinchiuso nelle prigioni di via Tasso e poi di Regina Coeli a Roma, con le idee socialiste di Giacomo Matteotti come riferimento ideale, non mancarono le risorse morali per affrontare quella stagione di tensione e, unitamente a tutte le altre istituzioni repubblicane, guidare il Paese con fermezza nella libertà e nella democrazia.
Costretto all'espatrio dal regime fascista nel 1926 - fuggiasco tra le migliaia di persone costrette ad abbandonare i loro Paesi in quei decenni - aveva iniziato da Vienna il suo pellegrinaggio tra le idee del socialismo europeo che lo porterà ad elaborare contributi teorici di spessore, a partire dal confronto con la scuola dell'austro-marxismo.
A Vienna, durante l'esilio, vedrà la luce la figlia Ernestina, alla quale formuliamo gli auguri più affettuosi nel suo novantesimo anno, da poco raggiunto.
Nella capitale austriaca, Saragat incentra ogni riflessione sul "problema dell'azione che è possibile esercitare contro il fascismo".
Iniziava la contrapposizione internazionale tra nazifascismo e Paesi democratici.
E' la crisi della democrazia che l'esule scorge a livello internazionale, in un quadro europeo che - denuncia - stava portando il continente "a oscillare pericolosamente verso i due estremi del comunismo e del fascismo".
Ad essi contrappone "una razionale concezione socialista-democratica - terza via tra liberalismo e comunismo", come scriveva nel 1927.
Il respiro europeo vissuto nell'esilio, prima in Austria e poi in Francia, lascerà un'impronta significativa sul leader socialista, sia riguardo alla posizione sui rapporti fra i partiti, sia sul piano dei rapporti interni, sia, infine, sul piano dei rapporti internazionali.
Accanto a una forte aspirazione all'unità delle forze dedite alla causa dei lavoratori, il leader torinese maturerà la convinzione che democrazia e progresso sociale sono inscindibili, così come inscindibili sono, entrambi, dalle libertà.
Attingiamo ancora, per un momento, al suo saggio relativo a l'Humanisme marxiste per comprendere a quale modello Saragat faceva riferimento, con queste parole:
"la democrazia politica presuppone una comunità morale tra coloro che la compongono. Sullo sfondo della lotta di classe e della schermaglia dei partiti deve esistere qualche valore universalmente accettato che costituisce la sfera nei cui limiti la lotta di classe e la schermaglia dei partiti si svolgono. Se manca questo elemento comune, questo valore universale, la democrazia non è possibile. La convenzione democratica è fondata sul tacito accordo di tutti di accettarne le regole di gioco. Questa adesione tacita è possibile, innanzi tutto, solo se è vivo il rispetto della libertà. Il sentimento di libertà è dunque il fattore etico nella cui sfera la democrazia è possibile. Se questo sentimento manca, gli schemi del formalismo democratico crollano come una impalcatura a cui sia tolta la piattaforma su cui si fonda".
Definizione pregnante, e pienamente valida ancora oggi.
Saragat fu un tenace assertore del ruolo del Parlamento e, nel discorso di insediamento quale Presidente dell'Assemblea Costituente, si coglie l'eco del radicamento di questa sua convinzione.
Disse: "Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire la immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un'anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà. Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani, dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione. Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto tra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide".
Troviamo qui diretta traccia della lotta contro la concezione di "anarchia e statolatria" propria del fascismo, alla quale Saragat aveva dedicato tanta parte del suo impegno e della sua vita.
Assumendo - diciotto anni dopo - la funzione di Capo dello Stato, il secondo di origine piemontese ad assurgere alla più alta magistratura della Repubblica, definisce, in più occasioni, a partire dal messaggio al Parlamento all'atto del giuramento, il suo pensiero.
Il 25 ottobre 1965 - dopo poco meno di un anno - così descriveva le funzioni del Presidente della Repubblica.
"La prima funzione è quella di difendere i valori della società, i valori democratici e di armonia sociale, le condizioni di sviluppo economico che garantiscono al popolo italiano la sua evoluzione nella pace, nella libertà e nel benessere''.
Per proseguire: "il secondo dovere di un Capo di Stato è la difesa della pace. Oggi noi viviamo in un mondo in cui la pace si regge su condizioni precarie e sull'equilibrio delle forze: ci sono i blocchi, che hanno una loro ragione storica e di cui è inutile contestare la realtà. Ma se la pace poggia su un equilibrio di forze che è precario, noi dobbiamo favorire la realizzazione di una pace su basi più solide".
"La terza funzione del Capo dello Stato è - per il presidente Saragat - quella di difendere validamente la Costituzione e la democrazia. La democrazia - ammonisce - non è soltanto il governo della maggioranza ma anche il rispetto profondo per le minoranze. Il Capo dello Stato deve tutelare il diritto della maggioranza a governare il Paese e il diritto della minoranza di esercitare la sua opposizione".
In altra occasione, a Torino, sottolineava che:
"Noi siamo nel Paese di Luigi Einaudi il quale ci ha insegnato che non si può mutare il metro monetario, se non si vuole ingannare il risparmiatore, se non si vuole danneggiare il produttore. Io credo che la lezione di Einaudi non sarà dimenticata. Questo metro monetario sarà difeso, questo metro monetario, nella sua integrità, costituirà la premessa per una sicura ripresa nel campo economico".
E affermava:
"Ma il compito di un Capo di Stato non è quello di presiedere allo sviluppo dell'attività economica; questo è un compito che riguarda soprattutto il Governo; semmai il Capo dello Stato può dare, in una Repubblica parlamentare come la nostra, qualche consiglio, come quelli che, del resto, davano i miei illustri predecessori ai Capi di Governo. Il problema del Capo dello Stato è un altro: il vero problema è di garantire una atmosfera di serenità, di equilibrio politico, di democrazia, che permetta al Paese di andare avanti. Questo il compito di un Capo di Stato in una democrazia e in paese libero".
L'azione di Giuseppe Saragat era caratterizzata da respiro internazionale, accentuata dal suo impegno alla guida del Ministero degli Affari Esteri alla vigilia della sua elezione al Quirinale.
Si coglie così anche il senso dell'accettazione da parte di Saragat di una missione altamente patriottica che lo sottrae, per un periodo, alla diretta contesa politica: quella di ambasciatore a Parigi.
Una pagina forse meno conosciuta nella biografia del leader, che lo vede impegnato nella capitale francese dall'aprile del 1945 al marzo del 1946.
L'obiettivo che il governo del Cln si proponeva era evidente: inviare nella Francia, colpita dal regime fascista nel momento di massima difficoltà della guerra, uno dei più prestigiosi esponenti dell'antifascismo, esule in quella terra, a dimostrazione che alla imminente Conferenza di pace sarebbe stata presente l'Italia nuova, quella democratica nata dalla Resistenza.
Nell'intervento che svolse al XXIV Congresso socialista che si tenne a Firenze, alla metà di aprile del 1946, l'ormai ex ambasciatore a Parigi disse, con riferimento alle questioni ancora aperte al tavolo della pace.
Cito: "Ho lavorato quasi un anno attorno a questo problema, e la mia esperienza si riassume in due proposizioni: la prima è che quanto più l'Italia sarà profondamente democratica, tanto meno duro sarà il prezzo che purtroppo essa dovrà pagare. La seconda è quest'altra: quanto più i dissensi tra le grandissime potenze si attenueranno, tanto più i problemi della pace italiana troveranno la via della loro soluzione. L'Italia non ha nulla da guadagnare e tutto da perdere dagli antagonismi delle grandi nazioni".
Chiamato a far parte, nell'agosto del 1946, della delegazione italiana alla Conferenza di pace, toccò a lui parlare, il 28, dinanzi alla Commissione territoriale per le questioni di confine. La sua mediazione fu fondamentale per lenire le dure condizioni imposte dagli Alleati.
Nel febbraio del 1967, ormai presidente della Repubblica, ricevendo i rappresentanti dell'Associazione dei giuliani e dalmati, così si espresse:
"è necessario che esista in noi - affinché noi possiamo trarne alimento di speranza nella costruzione dell'avvenire - la ferma fede che un giorno, quando l'Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio, conformemente a ciò che sentono e venerano come Patria dello spirito".
Sono certo che il presidente Saragat sarebbe orgoglioso di vedere quanta strada è stata percorsa sul sentiero da lui lucidamente indicato!
Saragat e il suo partito votarono a favore del Trattato di pace, pur dissentendo dall'atteggiamento degli Alleati: a spingerli la convinzione che questo avrebbe facilitato la ammissione dell'Italia all'Onu e la partecipazione al piano Marshall, decisivo per una integrazione economica dopo gli sciagurati anni dell'autarchia.
A contribuire a spingerlo su questa strada un autorevole dirigente del suo partito, il Psli, Altiero Spinelli, pioniere dell'idea europeistica, convinto che un'Europa federale fosse possibile a partire dalla parte occidentale del Continente.
Sarebbe tuttavia carente il ricordo dell'azione internazionale del presidente Saragat se non rammentassi il suo impegno a favore della non proliferazione nucleare, sviluppato in particolare a sostegno delle iniziative Onu.
L'odierno severo contrasto in atto nella comunità internazionale su questo tema conferma come fossero lungimiranti la posizione e gli sforzi fatti dall'Italia per allontanare i rischi di conflitti letali.
Giuseppe Saragat è stato il coerente anello di congiunzione tra antifascismo, Resistenza, Repubblica e Costituzione, accompagnando i momenti - lo ha ricordato l'on. Fornaro - della conquista del diritto alla piena sovranità da parte del popolo italiano.
Alla sua memoria l'Italia rende omaggio, con la riconoscente testimonianza che si deve ai Padri fondatori.
Roma, 11/06/2018 (I mandato)