Rivolgo un saluto al Presidente della Regione, al Sindaco, a tutti i presenti.
Come poc’anzi Marco Goria e il Sindaco hanno ricordato, questa è una giornata in cui - particolarmente nella mia città - ma in tutta Italia si ricorda un drammatico evento e il valore della legalità.
Ricordarlo anche qui, come è stato fatto, raffigura bene come l’Italia sia unita nei suoi valori di fondo.
È proprio in base a questi valori di fondo, che uniscono il nostro Paese, che oggi la Repubblica rende omaggio, a trent’anni dalla morte, a una personalità di rilievo che l’ha onorata con il suo lavoro e con la sua testimonianza, il Presidente del Consiglio Giovanni Goria.
Nella brevità della vita che gli è stata concessa, lo statista piemontese ha messo a frutto i talenti di cui fu dotato, in piena aderenza a quei valori che le genti dell’astigiano hanno sempre manifestato. L’umiltà e il senso del limite, la concretezza, la coscienza, avvertita intimamente, del senso del dovere. Il rispetto della dignità delle funzioni che si trovò a ricoprire, nonostante le sofferenze e qualche amarezza che immeritatamente ebbe a subire nell’ultima parte della sua vita.
L’opera di rigoroso riformatore che egli si trovò a svolgere va sottolineata in questa sede - qui oggi - davanti alla sua famiglia, a sua moglie, ai suoi figli, ai suoi nipoti, che saluto e ringrazio per essere presenti.
Pur non avendo progettato di doverlo essere, Goria fu uomo per tempi difficili.
Su diversi piani.
Sul piano politico: il suo fu un governo di dialogo e, insieme, di “raffreddamento” - ben riuscito - del contrasto tra le forze politiche all’indomani delle elezioni parlamentari del 1987, per assicurare un avvio ordinato e costruttivo di quella legislatura.
Sul piano economico: è stata rammentata la decisione, assunta in solitudine, della chiusura del mercato dei cambi da parte di Goria, Ministro del Tesoro, il 19 luglio del 1985, in un “venerdì nero”, a fronte di un attacco pesante portato alla lira italiana.
Sul piano della finanza pubblica: con il suo piano di azzeramento del disavanzo statale al netto degli interessi, divenuto successivamente paradigma di comportamento per i governi che si sono succeduti, per combattere così il ciclo perverso inflazione-svalutazione della moneta. Uno scenario oggi fortunatamente ormai lontano per effetto della conquista della comune valuta dell’Euro.
Sul piano della politica internazionale – come è stato rammentato poc’anzi – con la missione navale nel Golfo Persico, a tutela della libertà della navigazione civile e commerciale, nel 1987-1988.
L’espressione “nasometria”, che attribuiva ironicamente come neo-scienza intestata a sé stesso, intendeva indicare la acuta e necessaria percezione dei segni dei tempi.
Una sensibilità che lo accomunava ad altri leader della formazione politica a cui aveva aderito e in cui si era formato, la Democrazia Cristiana.
Una sensibilità che lo portava a considerare come strettamente connessi i temi del risanamento economico e dello sviluppo, cioè di una gestione della finanza pubblica che non mortificasse l’economia; di una progressione della spesa pubblica accompagnata da un sistema fiscale moderno.
Diversi interventi di questa mattina hanno rammentato tutto questo, così come hanno rammentato la sua convinzione dell’attenzione doverosa di mantenere il passo con i tempi, particolarmente sul fronte dell’innovazione e di ciò che si presentava di nuovo nel mondo.
Lo colpiva l’inquietudine che si respirava al Nord del Paese, che reclamava ammodernamenti importanti e scelte coraggiose anche per quanto riguardava il terreno della politica e della sua rappresentanza.
Da Presidente del Consiglio, nel corso di un dibattito vivace alla Camera, ebbe a dire: “Attraversiamo un momento di difficoltà particolare come classe politica”. “Pare a me - aggiungeva - che vada a diffondendosi un clima di disorientamento, nel quale sembra che ciascuno tenda a operare un po’ come nel vuoto, in attesa dei fatti che dovrebbero risolvere problemi, ma che nessuno sa indicare. Non è possibile che la classe politica non assuma fino in fondo le proprie responsabilità, come dovere dell’oggi e non solo come attesa di un domani che non sappiamo ancora definire”. Queste le sue parole.
La sua era quindi la sfida della concretezza, riprendendo, in questo, l’insegnamento di uno dei suoi grandi estimatori, poc’anzi ricordato, Giovanni Marcora.
Voleva e sapeva assumersi il rischio di governare. Proprio l’avvio di una fase nuova di sviluppo era concepito come prova di credibilità del rinnovamento della politica. Di un nuovo gruppo dirigente.
Giovanni Goria era stato eletto giovanissimo in Parlamento – come è stato rammentato – in una legislatura - 1976-1979 - che si sarebbe rivelata assai breve e nella quale incontrò due deputati anch’essi appena eletti, Andrea Borri ed Emilio - Millo - Rubbi, con i quali condivise tante delle sue battaglie.
Percepiva fortemente l’insofferenza di aree territoriali e di ceti sociali per le inefficienze e gli squilibri accumulati. Avvertiva quindi la necessità di porre fine alle distorsioni corporative che pesavano sulla nostra società. Si confrontava con gli altri Paesi europei.
Questioni ancor oggi di grande attualità.
In un contributo dal titolo “Il quarto ciclo della politica italiana”, con cui partecipò al dibattito in corso nel suo partito, scriveva: “Compito della democrazia non è tanto di stabilire dove andiamo, tranne forse che per il breve periodo, ma come andiamo: cioè nella libertà, nell’autonomia, nel solidarismo, nel rispetto reciproco, senza sopraffazioni, dando sicurezza al cambiamento secondo procedure che siano esse stesse strumenti per aiutare la società a crescere nel suo complesso. La politica – aggiungeva – non può e non deve rinunciare alla sua funzione di guida della società: però ha valore solo se, garantendo la libertà, risponde alle esigenze effettive della società e quindi ai bisogni delle persone”.
Questa la sua convinzione. Che guardava al confronto pubblico sempre con grande considerazione per la dialettica democratica.
Il parlamentare di questa città, di Asti, Giovanni Goria – lo ha ricordato poc’anzi il prof. Cipolletta - e viene ricordato anche da altri – aveva un “rispetto sacrale” per la Costituzione, per le sue istituzioni, che si coniugava con la consapevolezza della “fatica” della democrazia che non si esaurisce in un giorno, in un gesto, in un atto ma, per vivere, ha bisogno sempre che i cittadini partecipino.
Di qui il suo rispetto per i percorsi costituzionali e, di conseguenza, l’impegno a rafforzare il ruolo del Parlamento sulle scelte di fondo, a partire, come avvenne, dall’introduzione delle sessioni di bilancio, del Documento di programmazione economica e finanziaria con la determinazione preventiva degli obiettivi annuali, affinché fosse chiara la direzione di marcia e fosse efficace la verifica dei risultati dell’azione di governo.
Passaggi importanti anche per la posizione della Repubblica italiana in Europa, non da spettatrice, ma da protagonista
E va ricordato a questo riguardo il suo impegno alla guida della Commissione Politica del Parlamento Europeo nel biennio 1989-1991.
Poc’anzi il prof. Pizzetti ha avuto la cortesia di ricordare la mia collaborazione con il presidente Goria nel suo Governo, tra l’altro impegnato nel varo della legge sulla Presidenza del Consiglio, che ebbi il compito di seguire in stretto contatto con il Presidente. Come avveniva per ogni aspetto dei miei compiti nel suo Governo.
Mi sia permesso di unire al mio ricordo la citazione al discorso che fece il Presidente Goria in occasione dell’anniversario dei quarant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione – poc’anzi rammentata – e che rappresenta, a mio avviso, uno dei suoi messaggi di grande significato.
Quelli che, talvolta, venivano indicati come punti di debolezza rappresentavano – a giudizio di Goria – punti di forza, tanto da affermare: “Questa non è solo la Costituzione del nostro passato, ma anche quella del nostro futuro”.
Diceva: “Proprio nel suo essere una Costituzione di compromesso fra diversi e contrapposti progetti ideologici, la gran parte dei quali si è dimostrata inadeguata a rispondere alle esigenze della società contemporanea, sta la modernità della nostra Costituzione, la capacità che essa ha avuto di essere un costante punto di riferimento…”.
Nel ribadire i valori di fondo scolpiti nella prima parte della Carta costituzionale, Giovanni Goria richiama quello che ritiene un aspetto determinante: l’articolazione pluralistica della società e delle sue istituzioni che indica come sostanza dell’esperienza democratica italiana.
Infatti, ne sottolineava “l’articolato sistema sociale e istituzionale…” che ha svolto – diceva – “una grande funzione di consolidamento del sistema democratico e ha contribuito al superamento di molte tensioni e contrapposizioni”.
A ispirarlo concorreva anche il sentimento profondo di queste terre e della sua gente, sentimento fortemente patriottico, come attesta la Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, conferita dal Presidente Scalfaro alla Provincia di Asti; “provincia contadina per eccellenza” – è stato poc’anzi rammentato - come fu detto e scritto - che “pagò un duro tributo in Caduti, ebbe negli uomini e nelle donne della campagna l'alimento insostituibile a questa testimonianza di volontà di riscatto nazionale, schierò un clero generosamente a fianco degli oppressi, impegnò nella lotta le sue forze del lavoro di fabbrica in non mai dismesse dimostrazioni dei loro sentimenti di libertà, dagli scioperi del marzo 1943 al blocco della produzione e nelle giornate insurrezionali”.
Queste le parole che accompagnarono quel conferimento di Medaglia d’oro.
Vorrei dire alla Fondazione titolata a Giovanni Goria – che celebra vent’anni di attività – che le va riconosciuto il merito di conservare, trasmettere, attualizzare le idee manifestate lungo le direttrici dell’impegno politico di Giovanni Goria.
L’impegno per l’Italia di Giovanni Goria, a cui oggi – nella sua terra – viene rinnovato il pensiero riconoscente della Repubblica italiana.