Ringrazio la Presidente Coleiro Preca per l'ospitalità e la scelta dei temi di oggi e di domattina.
Ringrazio il professor Borg per la sua introduzione. Ci ha fornito una sollecitazione molto robusta, con dei dati molto concreti, ma io sottolineo quello che forse è meno concreto delle sue affermazioni, e che mi ha colpito, quando ha detto: 'abbiamo perduto la capacità di sognare'.
Mi ha colpito perché questa mattina, su qualche giornale e su qualche sito web, veniva ripresa la dichiarazione - non so se vera o inesistente, attribuita una volta ad uno, una volta all'altro esponente politico - che un esponente politico che ha una visione deve andare dal medico. Non so se questa cosa sia stata mai detta, in quale contesto e riguardo a cosa, ma la prendo come spunto per riflettere sullo stato dell'Unione, perché questo stato d'animo è abbastanza diffuso.
Abbiamo tanti problemi contingenti, concreti, difficili, impegnativi, complessi, da affrontare. Perché pensare troppo alle prospettive, a immaginare degli sforzi ulteriori per problemi che sono al di là di quelli contingenti?
Mi viene in mente che, in realtà, l'avvio della costruzione europea è dovuto ad alcune persone - uomini e donne - che hanno avuto la visione del futuro nel momento in cui dovevano affrontare condizioni ben più difficili, complesse e impegnative di quelle che pure noi abbiamo oggi. Perché quell'idea è nata nel fulgore maggiore delle dittature nazifasciste, durante le sofferenze e il dolore della seconda guerra mondiale; è stata attuata nell'immediato dopoguerra, nella devastazione del dopoguerra e nella ricostruzione da avviare. Eppure sono riusciti a dar vita a quello che oggi è l'esperimento strutturato più avanzato e moderno di regionalismo continentale, imitato in tante altre parti del mondo, dall'America latina all'Asia sud-orientale, preso come ispirazione in altri continenti.
Questa grande realtà - che è l'Unione - come è vista dai giovani? Noi abbiamo una generazione di giovani dei nostri paesi che in larga misura si sentono europei; possono andare da Oporto fino a Varsavia, dalla Sicilia fino in Svezia. Non rinuncerebbero a questa facoltà: è la generazione Erasmus.
Ma qual è il loro atteggiamento verso l'Unione? Nutrono entusiasmo e affetto nei confronti dell'Unione? Questo è difficile dirlo, perché a volte l'Unione è percepita invece come una realtà distante, fredda, attenta ai pur importantissimi - sia chiaro - numeri (sono importantissimi, lungi da me l'idea di negarlo), ma che l'Unione sollevi l'entusiasmo dei giovani è difficile dirlo. E questo è il nostro impegno di Capi di Stato.
Una delle strade per ritrovare l'entusiasmo, la motivazione e la fiducia nell'Unione è la sua dimensione sociale, quella così ben descritta al punto tre della dichiarazione di Roma del marzo scorso, quella che ieri ha, con molta efficacia, indicato il Presidente Junker nel discorso al Parlamento europeo.
Credo che questa sia una delle più importanti condizioni per ritrovare intorno all'Unione la convinzione e l'entusiasmo delle pubbliche opinioni.
E quindi occorrono politiche sociali ambiziose e un orientamento di politica fiscale favorevole alla crescita.
Stiamo parlando molto e opportunamente di una nuova architettura dell'Unione, di una figura di Ministro delle finanze a mio avviso necessaria, importante, da perseguire; sarà importante affiancare a questo l'indirizzo di politica da seguire, che attivi strumenti per contrastare diseguaglianze e disoccupazione, per ridurre le sacche di povertà.
Questo significa avere una politica fiscale che agevoli la crescita perché, in realtà, benessere diffuso e competitività non sono affatto in contrasto, tutt'altro che incompatibili.
Il libero mercato è indispensabile, ma non può essere il solo mercato a dettare le regole di un modello sociale. Il modello sociale europeo è fatto da diritti, da solidarietà. È evidente che questo va perseguito.
Nelle nuove condizioni che si presentano non possiamo rinunziare all'innovazione, alla tecnologia e al processo di digitalizzazione; non possiamo rinunciare alla modernità, agli strumenti che si presentano. Dobbiamo però, parallelamente, investire sulla dimensione umana e sul capitale umano; dobbiamo investire su quello perché rendendolo migliore possa utilizzare le condizioni diverse che si presentano.
Credo che questo sia il nostro compito e sia l'obiettivo dell'Unione per trasformare le condizioni che ci appaiono difficili (e lo sono) - la digitalizzazione, lo sviluppo tecnologico, le difficoltà di mercato - in opportunità che facciano crescere.
Ciò richiede naturalmente un'azione concorde e univoca dentro l'Unione, rispettando la sussidiarietà e il valore specifico che questo ha per l'efficienza di ogni azione, ma con indicazioni e linee politiche concordemente disegnate e concordemente sviluppate.