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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della seconda sessione di lavoro della XIII Riunione informale dei Capi di Stati del Gruppo Arraiolos
Vorrei riprendere un'espressione del Professor Calleya - che ringrazio molto - quando ha parlato di occasioni perdute. Noi stiamo parlando della sicurezza nel Mediterraneo, ben consapevoli che abbiamo bisogno di stabilità ai nostri confini, e che in realtà i nostri confini ormai si identificano con i confini settentrionali dell'Africa e del Medio oriente.
Tra le occasioni perdute si colloca in primo piano il ritardo per la politica estera, di difesa e sicurezza comune.
La politica di difesa e sicurezza comune dell'Unione, che ha avuto un avvio promettente già nel '98, si è poi arenata. Cosa ha comportato?
Non posso fare grandi riferimenti, ma l'anno scorso quando ci siamo visti in Bulgaria abbiamo parlato della crisi siriana che aveva dato origine a quel grande flusso di migranti sulla rotta balcanica.
La crisi siriana ha avuto conseguenze molto forti anzitutto per i siriani e in secondo luogo per l'Europa. Ma l'Europa era sostanzialmente assente nell'influenza in quel teatro durante quella crisi. Vi erano Paesi europei presenti, in funzione non certamente decisiva; i protagonisti erano altri, ma le conseguenze erano in Europa. La mancanza di linee comuni di politica estera e di difesa si è avvertita in grande misura in quella circostanza, e continua ad avvertirsi.
C'è un altro aspetto che riguarda il pericolo del terrorismo e la condizione dell'Unione. Verosimilmente, diversi attentati che si sono verificati in Europa si sarebbero potuti evitare con una maggiore e più intensa collaborazione fra le nostre forze di polizia e la nostra intelligence.
È un altro capitolo da sviluppare con intensità perché, per quanto sia comprensibile la storica tradizionale ritrosia degli apparati di non condividere molto di quanto sanno, una condivisione piena invece renderebbe tutta l'Europa più difendibile.
C'è l'altro versante, quello migratorio, che riguarda la stabilità dei nostri confini sul Mediterraneo. Se n'è parlato già ampiamente. Nell'Unione siamo, sostanzialmente, in larga misura, non in tutto, sufficientemente d'accordo in prospettiva per interventi di aiuto nei confronti dei Paesi da cui nascono o transitano i flussi migratori. Siamo tutti consapevoli che senza un cospicuo aiuto per far crescere il benessere in quei Paesi il problema sarà irresolubile. Siamo tutti convinti che occorra sperimentare sempre più intensamente e concretamente questo aiuto.
Già l'esperimento che è in corso, da parte dell'Unione, con cinque Paesi africani ha prodotto alcuni risultati; dal Niger per esempio i flussi migratori sono decisamente diminuiti. Non sarà conseguenza di quello soltanto, però certamente un piano serio, concreto, con grandi risorse, tempestivamente messe in atto (perché occorrerà molto tempo perché abbia effetto) è indispensabile.
Su questo c'è nell'Unione una sufficiente condivisione, anche se andrà poi verificato nel concreto quanto a dimensioni e disponibilità di risorse finanziarie.
Ciò che invece crea problemi è la disponibilità a una gestione comune dell'Unione sul fenomeno migratorio nel suo complesso.
Vorrei lasciar da parte per un momento gli aspetti che a mio avviso sono prevalenti: quello delle storiche responsabilità di un continente come l'Europa, che è stato ed è al centro della difesa dei diritti umani, che è stato alla base, con le sue elaborazioni, delle varie Carte dei diritti assunte in sede internazionale.
Un continente così ha delle responsabilità storiche. È un'oasi di democrazia, libertà, diritti, e non può chiudere gli occhi di fronte a quel che avviene.
Lo metto da parte, e metto da parte anche gli aspetti umanitari del fenomeno. Mi soffermo sulle convenienze. Che cos'è questo fenomeno? Alcuni ne hanno parlato. La sua dimensione demografica è ciò che ce lo raffigura.
Secondo le tendenze demografiche verificate, ormai abbastanza consolidate, tra poco più di trent'anni l'Europa avrà perso circa una dozzina di milioni di abitanti, sarà quindi rimpicciolita come numero di persone; l'Africa sarà sostanzialmente raddoppiata a due miliardi e mezzo di persone. Due continenti vicini non soltanto geograficamente, ma per la facilità di comunicare, di viaggiare, anche a costo di sofferenze inenarrabili; due continenti in cui è facile conoscere vicendevolmente le condizioni di benessere o di mancanza di benessere: uno con poco più di settecento milioni di abitanti, l'altro con due miliardi e mezzo.
Ci si deve rendere conto che in queste condizioni il fenomeno va governato altrimenti sarà irrefrenabile. Nessuno può immaginare che si fermi ai confini dell'Europa, ai paesi rivieraschi. Se non governato, questo fenomeno riguarderà tutta l'Europa - tutta - fino alla Scandinavia, perché è un fenomeno di tali dimensioni, nella proporzione dei rapporti demografici, che sarà inevitabilmente con queste conseguenze.
So bene che tra gli uomini politici qualcuno pensa: 'tra trent'anni non ci sarò più, se la vedrà chi che ci sarà'. Ma per la nostra responsabilità, nessuno di noi può pensare a una cosa del genere.
È oggi che va affrontato il fenomeno. Soltanto affrontandolo e governandolo concordemente, congiuntamente, come Unione, potremo renderlo tollerabile e accettabile.
La rotta balcanica, grazie agli interventi fatti, è stata chiusa e speriamo che concludendosi la crisi siriana e i conflitti in quell'area vengano meno anche le ragioni che l'hanno determinata.
Vi sono anche altre piccole rotte in Europa, anche nel Nord, ma la rotta principale è quella dall'Africa verso l'Europa.
Credo sia inevitabile rendersi conto di due cose: la prima è che non possiamo consegnare le chiavi dell'ingresso in Europa ai trafficanti di esseri umani; la seconda è che occorre però sostituire questo con canali legali di ingresso, governati, sostenibili, ma effettivi.
L'Italia sta facendo la sua parte. Stiamo cercando - devo dire, senza alcuna vis polemica (lontanissima da me), senza molto aiuto e in qualche caso senza nessun aiuto - di governare il fenomeno in Libia. Abbiamo rifornito di mezzi e addestrato la Guardia costiera libica; abbiamo fatto degli accordi, oltre che col governo insediato delle Nazioni unite, anche con l'altra parte che vi si è contrapposta; abbiamo fatto accordi molto importanti con le municipalità, che sono quelle che in quel paese, in quelle condizioni, governano realmente il territorio. Questo ha provocato negli ultimi mesi - quelli estivi, abitualmente di maggior transito sul Mediterraneo - un abbassamento deciso, molto forte, dei flussi migratori.
Stiamo cercando di controllare il fenomeno, ma non è nelle forze di nessun Paese poterlo fare in maniera stabile e permanente.
È anche diminuito il flusso da alcuni Paesi sub-sahariani perché evidentemente si è sparsa la voce anche lì che non è più così scontato il passaggio nel Mediterraneo. Ciò comporta una sconfitta dei trafficanti di essere umani; comporta però l'onere di occuparsi tutti - non soltanto l'Italia, ma tutti - delle condizioni dei campi profughi in Libia, particolarmente la comunità internazionale perché le agenzie dell'Onu siano responsabili e sia loro consentito di gestire questi campi, e siano attivati canali legali di ingresso. Questo soltanto può dare anche ai Paesi di origine la sensazione che non c'è semplicemente una chiusura, che sarebbe - ripeto - ingestibile nel corso del tempo, perché nessuno può illudersi (con quei rapporti demografici) che barriere, battelli, navigli, muri possano frenare una condizione di questo genere.
Credo che questo sia particolarmente importante, però richiede una gestione comune, perché soltanto l'Unione può gestire in maniera ordinata ed efficace la riammissione nei Paesi di origine di coloro che non hanno titolo per essere accolti; soltanto l'Unione può decidere l'accoglienza in tutta l'Unione di coloro che hanno diritto all'asilo; soltanto l'Unione può gestire accordi con i Paesi di origine e transito, sotto ogni profilo del fenomeno.
La mia conclusione è: il fenomeno è epocale, continuerà molto a lungo. Lo si può ignorare - o fingere di ignorarlo - ed esserne travolti, o lo si può governare - e va governato - rendendo così le condizioni accettabili e civilmente gestibili.
La Valletta, 15/09/2017 (I mandato)