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Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 44° Forum dell’Olio e del Vino
Rivolgo un saluto di grande cordialità ai Ministri dell’Agricoltura e della Cultura e a tutti i presenti.
E ringrazio la Fondazione Sommelier e il Presidente Ricci per l’invito a un Forum che già si manifesta di grande interesse.
È una occasione per dibattere su eccellenze della nostra esperienza produttiva, sulla crescita delle competenze professionali che l’hanno accompagnata.
Induce a guardare alla strada percorsa sin qui. Una strada di continua e crescente garanzia di alta qualità.
Chi non è più giovane ricorda la triste vicenda del metanolo quasi 40 anni fa, con vittime, permanenti invalidità, tanti intossicati. Allora Governo e Parlamento intervennero con decisione, modificando regole di tutela ma a prendere coscienza furono soprattutto gli operatori del settore che, con la loro azione – con l’enologia divenuta una scienza - hanno assicurato immagine e prestigio al settore vitivinicolo.
I vostri settori - vino e olio - sono settori consapevoli di quanto l’impegno verso la qualità, con la salubrità degli alimenti, rechi beneficio ai comparti agricoli italiani, incrementando il valore delle produzioni, aprendo mercati all’estero, conquistando, a vino e olio in particolare, la responsabilità di rappresentare, nel mondo, un modo di essere italiani.
Contribuendo alla stessa domanda d’Italia nel mondo, l’agroalimentare, oggi, accanto alla cultura, al design, alla tecnologia, costituisce veicolo e attrattiva del modello di vita italiana.
L’Italia - lo abbiamo ascoltato poc’anzi - è il secondo produttore al mondo di olio d’oliva. L’export registra un valore di milioni di euro. Per quanto riguarda il vino, vediamo un valore dell’imbottigliato che, nel 2024, ha superato i 14 miliardi di euro; con un export di quasi 8 miliardi e che, per il 90%, si esprime in denominazioni di qualità.
Conoscete bene queste cifre: ne siete protagonisti. Io desidero sottolineare il significato di queste tendenze così positive, perché si riassumono nella manifestazione di qualità.
Filiere, quindi, che mettono insieme territori, saperi, professionalità, sostenibilità, salubrità, capacità di marketing. E, così, realizzano un valore immateriale che va oltre gli addetti ai lavori e agli stessi consumatori, generando beni comuni. Elementi vitali per comunità gravate, spesso, nel secondo dopoguerra, dal fenomeno dell’abbandono delle terre.
Dunque anche il valore del recupero di vita per le aree rurali e interne del nostro Paese. Produrre significa, infatti, abitare un luogo, averne cura.
Questo è un merito ulteriore, di grande rilievo, per chi vi si dedica. Tra di loro, le donne imprenditrici; i giovani che guardano alle campagne come opportunità; le strutture cooperative, sovente a servizio delle filiere vinicole e oleicole.
Lo sviluppo di cui potete nutrire legittimamente orgoglio si è verificato perché avete avuto la capacità di guidare l’innovazione, così importante in agricoltura.
Avete saputo mettervi insieme, misurarvi con la crescente dimensione internazionale, senza timore di mercati prima sconosciuti e in cui, oggi, i prodotti italiani sono leader.
Il futuro non si costruisce - lo abbiamo appena ascoltato - vivendo di nostalgie. Consapevolezza che varrebbe anche per gratuite eventuali tentazioni di nostalgia alimentare: oggi i cibi sono sicuramente più salubri e controllati di un tempo.
I progressi avvengono di rado per caso.
Sono, piuttosto, frutto di intuizione, di studio, di determinazione, di impegno, di capacità di operare facendo sistema.
L’agricoltura non fa eccezione.
E, se oggi possiamo parlare di “Dop economy”, lo dobbiamo alle scelte di ammodernamento operate agli albori della Repubblica e alla nascita delle Comunità Europee.
Si valuta che i prodotti DOP - cibo e vino - valgano intorno al 20% dell’intero fatturato agroalimentare, di cui larga parte alimenta le correnti export, metà delle quali, a loro volta, sono rivolti al di fuori della Unione Europea.
Sappiamo che la nostra Costituzione è l’unica del suo tempo a dedicare un articolo al settore primario e alle condizioni necessarie per promuoverne lo sviluppo: è l’articolo 44.
Il Trattato di Roma del 1957, che diede vita a quelle allora chiamate Comunità Europee, all’articolo 39, poneva per la futura agricoltura del continente, alcuni obiettivi:
- incrementare la produttività agricola;
- assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola, con il miglioramento del reddito di coloro che lavorano in agricoltura;
- stabilizzare i mercati;
- garantire sicurezza degli approvvigionamenti;
- assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori.
Con questi principi e obiettivi, l’agricoltura divenne - e rimane - un motore dell’integrazione europea - non elemento di retroguardia da sussidiare, essendo, al contrario, una chiave per politiche, oltre che produttive, volte alla salvaguardia della salute dei consumatori e alla promozione dei territori e delle popolazioni che in essi sono insediate.
I risultati di quelle scelte sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia è il primo Paese dell’Unione Europea con prodotti agricoli espressamente indicati come meritevoli di tutela: 856 possono avvalersi di questo scudo.
I risultati sono rilevanti anche sul piano sociale.
I dati parlano di 330.000 occupati nella filiera del vino, di 110.000 occupati in quella dell’olio d’oliva.
È facile indicare di chi sia il merito di tutto questo: è anzitutto degli agricoltori, impegnati direttamente nel condurre le loro aziende.
Vorrei aggiungere - ho già ricordato le esperienze cooperative - anche l’elemento associativo dei Consorzi di tutela.
Sono oltre trecento quelli promossi dagli operatori, che giocano un ruolo cruciale nel gestire le indicazioni di provenienza e qualità, garantendo la protezione, la salubrità, la promozione e la valorizzazione di prodotti che rappresentano le eccellenze italiane, a livello sia nazionale sia internazionale.
Va aggiunto, anche, assicurando il vissuto del territorio e la capacità di rappresentarli.
Vorrei proseguire facendo riferimento alle intuizioni che hanno orientato questo processo.
Poc’anzi, Angelo Gaja ha ricordato il nome di Paolo Desana, senatore della Repubblica, promotore della legge che, nel 1963, diede il via alla tutela delle denominazioni vitivinicole, come abbiamo poc’anzi visto. Decreto DPR n. 930 del 1963, poc’anzi ricordato.
Desana - internato militare italiano nei lager tedeschi per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943 - fu espressione del Monferrato – abbiamo poc’anzi ascoltato - terra a schietta vocazione vinicola - e fu protagonista di una battaglia parlamentare che condusse a definire l’impianto normativo, poi assunto, riassunto a livello europeo.
Desana fu anche colui che propiziò la prima riflessione organica sulle aree collinari nel dopoguerra, con il convegno nazionale realizzato a Cerrina Monferrato nel 1955. Alla sua azione e alla sua figura va reso omaggio.
I territori.
Viti e ulivo caratterizzano un territorio.
Va detto di più.
L’ulivo, in particolare, ha disegnato - e caratterizza - un’intera civiltà, quella del Mediterraneo.
Un simbolo di pace, di serena longevità rispetto alle impazienze del presente.
Un territorio custodisce anzitutto la propria diversità.
Riguardo all’agricoltura va richiamata la ricchezza delle biodiversità.
Anche qui ci soccorre la nostra Carta costituzionale, all’articolo 9.
Poc’anzi Angela Velenosi ricordava le peculiarità culturali: i cultivar dell’olio sono strettamente legati al territorio, alla difesa delle sue vocazioni.
Con queste colture si tramandano peculiarità culturali, appunto, si tramandano conoscenze, ben sapendo che occorre saper affrontare le sfide dei tempi
Si pensi - lo abbiamo poc’anzi ascoltato - alla Xylella, ai cambiamenti climatici che affliggono l’agricoltura. Oggi nessuno si permette più di ignorare, sottovalutare o addirittura irridere questi problemi, questi pericoli.
Avveniva negli anni scorsi.
L’innovazione non è nemica dell’agricoltura, al contrario.
È decisivo il valore delle tutele unitamente all’innovazione: vi è, ogni tanto, la tentazione di prendere scorciatoie, di superare, accantonare le tutele, considerate come impedimenti, come fastidi.
È il contrario. È lo stretto legame tra tutele e innovazione che produce progresso.
Un prodotto tipico, gli ulivi, le vigne, ad esempio, sono oggi per un territorio qualcosa di più di un semplice dato alimentare.
Lo caratterizzano, lo contrassegnano.
Tanto più in un Paese, come il nostro, dalle mille campagne, dalle mille produzioni tipiche.
Mario Soldati – che ci ha lasciato poco più di venticinque anni fa – e fu cantore del rapporto tra paesaggi, uomini, donne, case e casali, vigne, cibo, sottolineava per il vino - ma può applicarsi a qualsiasi produzione agricola di qualità - che esso si gusta e si capisce soltanto quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato. Non può essere un oggetto staccato e astratto, separato dal suo luogo.
Questa è la ragione delle nuove fortune per i luoghi di produzione, che sono interessati da un turismo attento ed esigente.
È anche qui il senso dell’ulteriore apporto solidale che vino e olio offrono ai territori di elezione e alla gente che vi abita.
Le risorse alimentari, in tempi come quelli che viviamo, con la guerra ai confini dell’Europa, acquisiscono ancora più valore.
Lo abbiamo visto riguardo al grano nella contesa che ha visto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Nuove nubi, nel frattempo si addensano, o sembrano addensarsi all’orizzonte, portatrici di protezionismi immotivati, di chiusura dei mercati dal sapore incomprensibilmente autarchico, che danneggerebbero in modo importante settori di eccellenza come quelli del vino e dell’olio.
Produrre per l’auto-consumo ricondurrebbe l’Italia all’agricoltura dei primi anni del Novecento.
Legittimamente le associazioni dei produttori esprimono preoccupazione per le sorti dell’export.
Misure come quelle che si sentono minacciate darebbero, inoltre, spinta ai prodotti contraffatti del cosiddetto “italian sounding” - poc’anzi ricordato - con ulteriori conseguenze per le filiere produttive italiane, non essendo immaginabile che i consumatori di altri continenti rinuncino a cuor leggero a rincorrere gusti che hanno imparato ad apprezzare.
Commerci e interdipendenza sono elementi di garanzia della pace.
Nella storia la contrapposizione ostile tra i mercati ha condotto sovente ad altre più gravi forme di conflitto.
I mercati aperti producono una fitta rete di collaborazioni che, con il comune interesse e con i rapporti di fiducia che producono, proteggono la pace.
Signore e signori,
siete parte di quel che oggi l’Italia sa proporre con le sue eccellenze. Testimonianza della vitalità della sua società civile e delle sue forze produttive. E le istituzioni, qui presenti e ben rappresentate, devono essere a fianco dei vostri sforzi e del vostro lavoro.
Grazie per quel che avete fatto e per quel che fate per riqualificare la presenza italiana nel mondo.
Grazie.
Roma, 22/03/2025 (II mandato)