Egregio direttore,
rispondo volentieri alla sua richiesta di rivolgere un saluto ai lettori di MicroMega, che ha dedicato un intero numero al settantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, evento centrale della nostra storia recente.
Scriveva Costantino Mortati nel 1955: «La nostra Costituzione si collega al grande moto di rinnovamento espresso dalla Resistenza, che ha come motivo ispiratore il potenziamento della persona umana in ogni campo della vita associata, nonché l'attuazione delle condizioni necessarie a una più intima e vissuta solidarietà nell'interno di ogni Stato e fra le nazioni».
Ai Padri costituenti non sfuggiva il forte e profondo legame tra la riconquista della libertà, realizzata con il sacrificio di tanto sangue italiano dopo un ventennio di dittatura e di conformismo, e la nuova democrazia, nata dalle macerie di una guerra terribile e devastante.
La Costituzione, nata dalla Resistenza, ha rappresentato il capovolgimento della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia, trovando, inizialmente, l'opposizione - spesso repressa nel sangue - di non molti spiriti liberi.
La guerra, con le sue sorti rovinose, fece aprire gli occhi a molti italiani e costituì il motore di un sentimento generalizzato di rifiuto e di rivolta, che si accentuò fortemente dopo 1'8 settembre e l'occupazione nazista dell'Italia.
Come notava acutamente un partigiano di stampo cattolico liberale, Sergio Cotta, gli Italiani di quel tragico periodo furono «un popolo unito nella sofferenza, sotto l'incubo dell'occupante e del suo alleato per l'oppressione poliziesca, le retate indiscriminate, le drammatiche persecuzioni razziali, la cattura di ostaggi innocenti senza distinzioni di età e di sesso, le rappresaglie fuor di proporzione in città e campagne indifese».
La sofferenza, il terrore, il senso d'ingiustizia, lo sdegno istintivo contro la barbarie di chi trucidava civili e razziava concittadini ebrei sono stati i tratti che hanno accomunato il popolo italiano in quel terribile periodo. Un popolo - composto di uomini, donne e persino ragazzi, di civili e militari, di intellettuali e operai - ha reagito anche con le armi in pugno, con la resistenza passiva nei lager in Germania, con l'aiuto ai perseguitati, con l'assistenza ai partigiani e agli alleati, con il rifiuto, spesso pagato a caro prezzo, di sottomettersi alla mistica del terrore e della morte.
La Resistenza, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato da padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese.
Negli scorsi decenni si è aperto un grande dibattito storico-politico sulla Resistenza, sulla sua reale portata, sugli episodi delittuosi di cui si sono talvolta macchiati anche coloro che si opponevano al nazifascismo. Non sono mancate asprezze di toni e prese di posizione esorbitanti, che comunque attestavano (e attestano ancora oggi) quanto fondamentale e cruciale sia il tema della Resistenza nella vita della nostra nazione.
La ricerca storica deve continuamente svilupparsi, senza fermarsi davanti a miti o stereotipi. Il senso di umanità può consentire di provare pietà per i morti della parte avversa, senza pericolose equiparazioni. Come ha ricordato l'anno scorso Giorgio Napolitano, «i valori e i meriti della Resistenza, del movimento partigiano, dei militari schieratisi nelle file della lotta di Liberazione e delle risorte Forze armate italiane restano incancellabili al di fuori di ogni retorica mitizzazione e nel rifiuto di ogni faziosa denigrazione».
Con i migliori auguri di pieno successo della vostra iniziativa,
Sergio Mattarella