Signor Co-Presidente della Fondazione Internazionale Nizami Ganjavi,
Signora Presidente Emerita della Repubblica di Croazia, cara amica.
Signori Presidenti Emeriti della Repubblica, benvenuti.
Con alcuni di voi ho avuto l’opportunità e l’onore di incontri e colloqui negli ultimi anni, sviluppando eccellenti rapporti di amicizia personale. La Presidente Kolinda Grabar-Kitarovic ha ricordato la nostra occasione di incontro e il senso della fraternità tra i nostri popoli vicini.
Tra queste occasioni, la riunione per il processo Berdo Brione di 10 anni addietro in cui ho avuto l’onore di essere invitato. Con il Presidente Pahor abbiamo vissuto momenti indimenticabili che rimangono nel nostro ricordo, ma anche nel ricordo dei nostri popoli. Con il Presidente Ismail Serageldin abbiamo avuto numerosi incontri e colloqui nel segno dell’amicizia, della condivisione.
Eccellenze,
Signore e Signori Ambasciatori,
Signore e Signori,
sono molto lieto di questa nuova occasione di colloquio con la vostra Fondazione.
Nel 2016 e nel 2019 i nostri colloqui si sono rivelati un momento utile per riflettere sulla responsabilità della comunità internazionale di fronte alle molteplici sfide comuni.
Il tema che avete scelto quest’anno, per il vostro 38esimo incontro, è di grande attualità.
È indubbio che l’Europa si trovi, oggi, di fronte a un nuovo crocevia della sua storia e che debba scegliere di assumere responsabilità più ampie nella vita internazionale.
Il quadro non si presenta semplice e appare, a tratti, inedito, segnato dalla brutale aggressione della Federazione Russa all’Ucraina, dall'aggravarsi dei conflitti in Medio Oriente, dal riacutizzarsi di numerose crisi, talvolta dimenticate, in altre parti del mondo, mentre tornano a riaffacciarsi gravi pretese di dominio.
In un contesto così complesso, l’eredità di Nizami Ganjavi e il vostro pregevole impegno - attraverso la Fondazione che gli è intitolata - nel promuovere il dialogo, la mediazione, la pace, costituiscono un efficace punto di riferimento.
I fatti che ogni giorno ci interpellano rendono ineludibile una domanda: in quale mondo vivranno le nuove generazioni, esposte ai traumi causati dai conflitti?
I drammi, le esperienze drammatiche vissute, non possono che suscitare terrore, contrapposizione, rancore, che possono trasformarsi in violenza nel domani.
Eppure – in insanabile contraddizione con tutto questo - il mondo raggiunge conquiste mirabili nel campo della scienza e della tecnologia; con straordinarie opportunità e con nuove responsabilità.
Mai come in passato le esperienze degli uni vengono vissute in diretta dagli altri. I giovani ne sono l’esempio più manifesto.
Sappiamo ascoltarli adeguatamente?
La possibilità di condividere, anche istantaneamente, conoscenze e opinioni in ambito globale stimola, sollecita.
Queste sfide si intrecciano, e i loro effetti attraversano le frontiere.
Eppure, proprio mentre sono sempre più evidenti i legami che uniscono i nostri destini – così come i gravi problemi del tutto comuni - sembra indebolirsi la fiducia nella possibilità di agire insieme.
È questa contraddizione che siamo chiamati a superare.
Nel 2027 ricorre, come è stato da Lei poc’anzi ricordato, il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma che hanno avviato il percorso di integrazione generale del continente europeo di cui fa parte - speriamo il più veloce possibile, ormai – l’allargamento.
È l’occasione di rivolgere allora, in quell’anniversario, un appello affinché i 27 Paesi proseguano, senza indugio, nel porre a disposizione della comunità internazionale la loro vocazione di pace e di crescente collaborazione.
I Padri fondatori dell’Unione manifestarono coraggio e lungimiranza, dopo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale, nell’archiviare le ragioni di scontro di un lungo passato di contrapposizioni. Quella scelta ha permesso a intere generazioni di europei di ogni età, particolarmente ai giovani, di incontrare i popoli dei Paesi vicini, di studiarvi, di conoscerne i luoghi, di cogliere opportunità di lavoro, di cooperazione, di amicizia e, soprattutto, di far crescere prosperità e pace.
Le crisi geo-politiche, quelle geo-economiche, sfidano oggi le scelte della coesione e della solidarietà, architravi del progetto europeo, impegnato a confermare che la democrazia è più forte della sopraffazione e delle autocrazie.
Costruire la pace richiede un lavoro paziente di costruzione di fiducia, unito alla determinazione di edificare un mondo equo e sostenibile, all’impegno di alleviare l’impatto umanitario sulle popolazioni più vulnerabili, colpite dai conflitti e dalle crisi globali, a partire da quella climatica.
Occorre che le persone di buona volontà sappiano opporsi a un mondo che sottrae, con le guerre, il diritto dei bambini alla vita e all’educazione, che sfigura, con le distruzioni, il patrimonio culturale dell’identità dei popoli.
Illustri ospiti,
istituzioni internazionali autorevoli - luoghi nei quali il confronto possa svilupparsi con libertà, uguaglianza, profondità - devono trovare nuovamente un ruolo efficace, e rispettato, nella vita internazionale.
Il multilateralismo, il diritto internazionale, fondati sulla eguaglianza tra tutti i popoli, devono essere la base della soluzione – in questo modo pacifica - di ogni controversia.
Il contributo di fondazioni come la vostra è di autentica efficacia. Il dialogo che avete saputo sviluppare tra interlocutori che presentavano visioni differenti è un capitolo prezioso.
Nel 2016 abbiamo ricordato l’invito di Nizami Ganjavi a cercare l’incontro con gli altri esseri umani.
Vorrei tornare a quel pensiero.
Incontrarsi implica accettare che l’altro abbia qualcosa da dirci, che ci reca giovamento.
Da questo riconoscimento nasce una comune responsabilità.
E da questa responsabilità può sorgere la forza per orientare al meglio gli eventi.
È un auspicio con il quale vi rinnovo il benvenuto al Quirinale.