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Brindisi del Presidente della Repubblica in occasione della colazione con i Presidenti dei Parlamenti dell'Unione Europea "Parlamento europeo e Parlamenti nazionali, insieme per il consolidamento delle radici democratiche europee"

Sono particolarmente lieto - e onorato - di ricevere al Quirinale, a pochi giorni dal sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, i Presidenti di un numero così rilevante di Assemblee legislative degli Stati membri dell'Unione, insieme ai Vertici delle Istituzioni Europee.

Questo anniversario cade in un momento particolarmente complesso, per le sfide - esogene e interne - che l'Unione si trova a dover fronteggiare e che vanno ad alimentare, e al tempo stesso condizionare, il delicato dibattito relativo al rapporto fra Stati membri e Istituzioni europee e fra queste ultime e i cittadini dell'Unione.

In questo ambito, tra i temi che, in questi sessanta anni, - lungo il percorso di integrazione europea - hanno subito una evoluzione netta e positiva, vi è quello della consacrazione democratica dell'Unione.

Da una Assemblea composta da espressioni dei Parlamenti nazionali si è giunti all'elezione diretta del Parlamento europeo da parte dei popoli.

Contemporaneamente, si è sviluppata una autonoma dinamica europea giunta - alla vigilia delle ultime elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Strasburgo - sino all'indicazione da parte delle rispettive "famiglie" politiche dei candidati per la carica di Presidente della Commissione Europea.

Una evoluzione significativa nel senso di un deciso rafforzamento della natura democratica dell'Unione.

E tuttavia non possiamo certo considerarla un'opera ormai compiuta.

Signore e Signori Presidenti

la trasformazione che ha contrassegnato l'Assemblea di Strasburgo non nasce soltanto dalla prassi parlamentare.

E' qualcosa di più profondo che trae linfa dalle comuni radici, dalla nostra comune cultura, da un patrimonio di principi e sensibilità condiviso dai nostri popoli.

E' una evoluzione che dimostra come il nostro Continente sia davvero una patria comune, innervata da valori e da idee che ne hanno forgiato l'identità e che rimangono sedimentati nell'intimo della comune coscienza europea.

Al centro di questa si trova l'espressione più alta che il pensiero politico occidentale abbia elaborato: la democrazia rappresentativa. In questo valore tutti ci riconosciamo, fermamente e indistintamente: opportunamente esso viene richiamato, con forza, sin dalla Dichiarazione di Copenaghen del 14 dicembre 1973 sulla identità europea.

Si tratta di un patrimonio che non ha eguali, e che costituisce un contributo eminente che l'Europa ha fornito - e continua a fornire - al progresso delle comunità dell'intero pianeta.

Noi europei ci identifichiamo con la nostra democrazia, e l'insieme dei nostri popoli costituisce il demos europeo, che in questi anni sta emergendo e si afferma.

Signore Presidenti e Signori Presidenti,

la doppia legittimazione democratica di cui godono le istituzioni europee - quella di essere, a un tempo, unione dei cittadini e degli Stati membri - impone, peraltro, precise responsabilità.

Anzitutto quella di contribuire, attraverso il lavoro quotidiano, a rafforzare e armonizzare i due livelli in cui si esprime la nostra democrazia: quello interno ai singoli Stati e quello che prende, gradatamente, forma al livello europeo, per renderli sempre più strettamente connessi tra loro.

Mai come oggi dobbiamo renderci conto che si tratta di due facce della stessa medaglia, due realtà fra di loro intimamente legate.

La cooperazione interparlamentare è un elemento sostanziale che irrobustisce, quotidianamente, il tessuto democratico europeo.

Il carattere plurale e frammentato del potere esecutivo dell'Unione trova nei circuiti rappresentativi dei cittadini lo strumento di equilibrio e di controllo: l'attribuzione, nel Trattato di Lisbona, ai parlamenti nazionali della funzione di vigilanza sulla corretta applicazione nell'Unione del principio di sussidiarietà, ne costituisce un esempio, così come il ruolo loro attribuito per le politiche relative allo spazio di giustizia, libertà e sicurezza.

La adozione del metodo della Convenzione per la revisione dei Trattati europei - con il diretto coinvolgimento dei parlamenti nazionali - ne rappresenta un'altra attestazione.
Occorre sviluppare questo percorso, con l'obiettivo di completarlo, rafforzando sempre di più la rappresentatività democratica dell'Unione.

Sappiamo che la edificazione che abbiamo contribuito a realizzare è largamente migliorabile, e tutti abbiamo la nostra parte nel farla funzionare meglio.

Le critiche, a volte ingenerose e infondate, affondano spesso le loro radici in alcuni limiti dell'agire dell'Unione che tutti abbiamo di fronte ai nostri occhi.

Alle attese e alle domande, che promanano dai propri cittadini, l'Unione manifesta alle volte una insufficiente capacità di rispondere in modo convincente ed efficace.

La legittima ambizione di corrispondere in maniera più incisiva alle speranze e alle ansie dei nostri concittadini europei, non ci può tuttavia far dimenticare che l'essere qui oggi significa celebrare sessanta anni di pace, di benessere e di sviluppo come mai il nostro Continente ha conosciuto.

Le guerre nel nostro continente - di cui, peraltro, oggi, da qualche parte, e anche nell'Unione, si teme un pericolo rinnovato, evocandone lo spettro presso le opinioni pubbliche - ci appaiono ormai estranee, lontane nel tempo, eppure sono molto vicine, in termini di storia.

E la più rilevante differenza tra quel tempo e questo - quella decisiva - si chiama Europa unita.

L'Unione, del resto, con il suo vincolo di solidarietà, ha contribuito e contribuisce a garantire la sicurezza dei Paesi che la compongono.

Un'Europa costruita anzitutto sulla libera adesione di popoli, espressa dalle Assemblee degli Stati membri - che voi rappresentate - oltre e al di là di sensibilità politiche anche molto diverse fra loro.

Una costruzione europea permanentemente sottoposta a valutazione critica e a rinnovamento grazie al dibattito sviluppato intorno ad essa.

Signore Presidenti e Signori Presidenti,

nel procedere verso il necessario obiettivo di crescente coesione non possiamo dimenticare che questo processo si costruisce, giorno dopo giorno, a partire da una varietà di tradizioni e di sensibilità che l'Unione espressamente riconosce come carattere originale della propria identità, volendone rappresentare una sintesi alta nel quadro di una identica civiltà.

Una sintesi che permette all'Europa di avanzare.

E' un equilibrio che siamo sollecitati a promuovere e che ha bisogno di visione, di risposte lungimiranti, in grado di permetterci di affrontare collettivamente le grandi sfide che ci troviamo a fronteggiare alle quali, da solo, nessuno Stato del nostro Continente - neanche il più forte - sarebbe capace di resistere.

In un mondo sempre più fondato su protagonisti di grandi dimensioni, di veri e propri giganti istituzionali, l'Europa non può rinunziare al suo ruolo, e alle sue possibilità di influenza, facendosi più piccola; traducendosi in realtà minori, destinate a essere quasi soltanto spettatrici delle decisioni globali.

Signore e Signori Presidenti,

una celebrazione come quella di oggi ci ricorda le ragioni di sessanta anni fa, per proiettarle nel nostro futuro, arricchendolo di spunti e di idee che potranno contribuire a una realtà migliore per le giovani generazioni.

Dobbiamo essere fieri di questi primi sei decenni, consapevoli delle insufficienze attuali dell'Unione, ma certi al tempo stesso, che la strada che stiamo percorrendo insieme è quella giusta.

Con questi auspici desidero levare il calice per brindare all'Europa, ai nostri Paesi, che la compongono, e ai nostri popoli, che ne sono attivi protagonisti.

Palazzo del Quirinale, 17/03/2017 (I mandato)

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