E' con grande piacere che intervengo, signor Segretario generale, all'anniversario, che si celebra oggi, del Nato Defense College.
Nei suoi 65 anni di attività, questo Istituto ha concretamente contribuito al consolidamento del vincolo transatlantico, formando generazioni di Ufficiali appartenenti ai Paesi Alleati e non solo a essi.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'instancabile opera del quadro permanente e dei Comandanti che si sono avvicendati.
Ringrazio il gen. Janusz Bojarski e, con lui, tutti coloro che lo hanno preceduto in questo compito.
La presenza di militari e di personale civile di Paesi che appartengono al Consiglio del Partenariato Euro-Atlantico, ai Paesi del Dialogo Mediterraneo e di altri partners, ha contribuito ad arricchire ciò che viene insegnato, in uno scambio di esperienze e di sensibilità, e divenuto, nell'odierno mondo globalizzato, una indispensabile necessità.
I lavori che i frequentatori hanno prodotto in tutti questi anni - da mezzo secolo ormai il College è ospitato qui a Roma - testimoniano l'evoluzione della dottrina Nato dagli anni '50 a oggi, con interessanti anticipazioni di scenari e prospettive, sino all'attuale visione proiettata a 360 gradi.
E' questo l'ambito di nuove sfide, prevalentemente di carattere ibrido, che impongono all'Alleanza una continua riflessione sugli strumenti a sua disposizione.
La dimensione cibernetica, ad esempio, ha assunto, ormai, una rilevanza pari a quelle tradizionali di cielo, terra e mare, accentuando la consapevolezza dell'impossibilità per un singolo Stato di potervi far fronte in solitudine.
Soltanto una rinnovata prova di unità e solidarietà fra Alleati può difendere i valori delle nostre democrazie.
Valori che sono alla base del vincolo liberamente assunto tra i Paesi dell'Alleanza, che oggi va rafforzato, alla luce della realtà che viviamo e che ci spinge, ancor più che in passato, a dover superare i confini - o visioni puramente domestiche - perché soltanto insieme potremo essere, tutti, più sicuri, più forti, più liberi.
In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, quanto accade dentro e al di sopra degli Stati si riverbera su tutti, a partire dal terrorismo fino alla grande sfida di migrazioni di massa epocali.
Per essere all'altezza di emergenze di questa portata dobbiamo abbandonare approcci parziali, logiche nazionali, ragionare in maniera ancora più fortemente unitaria, in dialogo con quanti, nella comunità internazionale condividono le stesse preoccupazioni.
L'Alleanza deve adeguarsi a queste trasformazioni e lo sta facendo con l'efficienza che sempre l'ha caratterizzata.
Basterebbe ricordare le iniziative del Partenariato per la Pace - realizzata per integrare nello stesso processo gli avversari di un tempo - o al Berlin plus - tappa significativa della collaborazione con la Unione Europea - o al Dialogo Mediterraneo e alla Iniziativa di Cooperazione di Istanbul.
Il Vertice di Varsavia del luglio scorso ha confermato che l'Alleanza ha consapevolezza dei mutamenti in corso.
Le crisi a cui assistiamo a Est e a Sud dell'Alleanza sono parte della più ampia precarietà del sistema di sicurezza internazionale.
L'Italia è consapevole e convinta sostenitrice della necessità di responsabilità condivise nell'affrontarle.
Certamente questo conduce anche a una rifocalizzazione della missione dell'Alleanza, impegnata, negli ultimi decenni, quale strumento della comunità internazionale per situazioni definite, alle origini, ''fuori area''.
Varsavia (come Lisbona ancor prima) ha confermato che la NATO del ventunesimo secolo è aperta e pronta a sviluppare nuove sinergie: dall'approfondimento delle relazioni con gli Stati partner a quello con altre organizzazioni sovranazionali e internazionali.
Abbiamo accolto quindi con grande soddisfazione la sottoscrizione, nel vertice, della Dichiarazione NATO-UE che segna un momento di svolta: mai, sino ad ora, le due Organizzazioni si erano impegnate, a così alto livello, e su una "road map" così dettagliata: di questo desidero congratularmi con il Segretario generale.
L'Italia crede fermamente nelle potenzialità di questa cooperazione e nel loro ulteriore sviluppo, soprattutto in una fase in cui l'Unione Europea sta attraversando un assestamento inevitabile a seguito degli esiti del referendum britannico.
Londra rimane - nella nostra visione - un partner centrale nell'ambito dell'Occidente, un alleato imprescindibile.
Ci auguriamo davvero che il popolo britannico intenda proseguire sulla strada della collaborazione.
Signor Segretario Generale,
è su queste basi che l'Italia vive la sua appartenenza alla famiglia atlantica, alla quale non ha mai fatto mancare il proprio contributo in termini di visione, prima ancora che in uomini e mezzi.
Una partecipazione attiva e responsabile fondata sulla solidarietà fra membri.
E' infatti in questi valori che ancora oggi, a distanza di quasi settanta anni, ci riconosciamo.
Quei valori che ci portano oggi a considerare positivamente le richieste di rassicurazione da parte dei nostri Alleati dell'Est europeo ma anche a garantire una continuità alla nostra partecipazione alle missioni in Afghanistan e in Kosovo.
Sul piano strategico è vivo il dibattito sulla minaccia proveniente da Est. Non è mancato chi ha assimilato le frizioni dell'ultimo periodo a un ritorno alla "guerra fredda".
Ma nessuno può riportare indietro la storia.
Né, tantomeno, appare sensato riproporre il ripristino di una barriera che rievoca fatalmente quella cortina di ferro che umiliò per tanto tempo le aspirazioni di libertà di interi popoli e per smantellare la quale fu necessaria la determinazione del mondo atlantico e il lungo percorso messo in campo con la Conferenza di Helsinki.
E' indispensabile che si ponga fine all'irragionevole momento di tensione, la cui pericolosità vivono, quotidianamente, i nostri militari.
Le esibizioni di forza, il continuo saggiare le forze, sono solo l'avvio di escalation per smontare le quali occorrono poi anni di ripristino di reciproca fiducia.
Va affermata con priorità, naturalmente, la regola del ristabilimento della legalità internazionale.
La via del dialogo rimane centrale.
La convocazione del Consiglio Nato-Russia ha rappresentato un passo nella giusta direzione e ci auguriamo che tale filo non venga spezzato, auspicando che la Russia voglia seriamente collaborare in questa direzione.
"Sicurezza militare e una politica di distensione non sono contraddittorie ma complementari" si legge nel rapporto Harmel del 1967.
Ma - desidero ribadirlo - presupposto del dialogo è la compattezza e la solidità dell'Alleanza e per questo l'Italia ha risposto nei fatti all'appello degli Alleati nordici e non ha mai fatto mancare loro la propria concreta vicinanza.
Identica coerenza e responsabilità occorre avere, naturalmente, nell'affrontare le tensioni presenti nello scacchiere cui guarda il Mediterraneo, per le numerose situazioni di instabilità che si stendono su di un arco che va dall'Iraq e dalla Siria e, passando dalla Libia, giunge sino al Sahel.
Terrorismo ed emergenza migratoria e umanitaria i fenomeni che ne emergono.
Di queste ultime l'Italia sopporta il peso praticamente da sola per quanto riguarda la "rotta mediterranea".
La Nato rappresenta in quest'area un elemento di stabilità e un potenziale moltiplicatore di sicurezza, apprezzata nei vent'anni di cooperazione e dialogo intrattenuti con i Paesi del Medio oriente e Nord Africa.
Occorre ora rendere concreta la visione affermata dal Vertice di Varsavia, nel momento in cui hanno assunto proporzioni preoccupanti le sfide che da quest'area promanano.
La nuova operazione marittima e le iniziative di assistenza alle forze di sicurezza a difesa dei Paesi dell'area, rappresentano tasselli di una strategia di ampio respiro che vede nell'unitarietà dell'impegno e nella complementarietà degli sforzi un distinto "valore aggiunto".
E', invero, il contributo che si dà nei fatti, più di astratti riferimenti a parametri, che qualifica il senso dell'appartenenza all'Alleanza.
Abbiamo accolto con rinnovato ottimismo la decisione presa a Varsavia di reindirizzare l'operazione "Active Endeavour" presente nel Mediterraneo, verso un'operazione denominata "Sea Guardian".
Confidiamo che questa entri in azione senza ritardi, in sinergia con l'operazione "Sophia" e coordinamento con le iniziative che assumerà la Guardia Costiera e di Frontiera "Frontex", della Unione Europea.
E' urgente, quindi, che l'Alleanza implementi la sua strategia verso il Mediterraneo, insieme con l'Unione Europea e le altre Organizzazioni Internazionali.
Da qui proviene infatti una instabilità che, grazie ad un mondo che la globalizzazione ha reso piccolo, si scarica inevitabilmente sui nostri Paesi e le nostre Istituzioni, sollecitandone la capacità di essere all'altezza dei valori fondanti delle nostre democrazie.
Una instabilità che - se non contrastata - é destinata a diffondersi, grazie alla rapidità delle comunicazioni, al rafforzarsi delle reti criminali e alla presenza di un fenomeno migratorio non destinato a esaurirsi a breve.
Questi fenomeni devono essere governati e la Nato - ancor oggi paladina e garanzia di pace, democrazia e libertà - è chiamata a fronteggiare queste minacce con saggezza e lungimiranza.
Signor Segretario Generale,
l'evoluzione degli scenari sul fianco Sud ed Est dell'Alleanza mette in evidenza quanto la minaccia si sia arricchita di nuovi volti.
Per fronteggiarla occorre anzitutto coesione politica.
Quella coesione di valori che ha portato a fare della Nato, in questi decenni, l'asse principale attorno al quale creare quelle condizioni di stabilità e sicurezza presupposti per lo sviluppo di qualsiasi comunità e per la pace.
Come lei ha ricordato, sono i valori che unirono i dodici membri fondatori dell'Alleanza, determinati a salvaguardare i principi di democrazia, libertà e dello Stato di diritto.
E' una missione che mantiene inalterata la sua validità e a cui l'Italia continuerà a fornire il suo convinto e attivo contributo.